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Sensi di colpa

Stamattina di nuovo sveglia alle 4.45, bus alle 6 da Janakpur, direzione Karakhabita, al confine con il Nepal. C’era già un sacco di gente per strada, alle 5 di mattina. Lunghe file per entrare nei templi.

8 ore per arrivare a Karakhabita. Attraversando villaggi poverissimi. Appena usciti dal paese la gente vive nelle capanne. Tra le 6 e le 8 di mattina i campi erano costellati di gente accovacciata che faceva la cacca. Bene, concime naturale. Alcuni di loro erano lungo corsi d’acqua, ma la maggior parte erano proprio in mezzo a campi. Boh. E strano che stavano lì per diversi minuti, come ad aspettare che lo stimolo arrivasse. Forse non hanno tempo per fermarsi durante la giornata e devono farla per forza la mattina? O abitudine? Non saprei.
Ho dato una banana a un bimbo seduto vicino a me. Quando sono scesi dal bus la nonna ha buttato la banana. ??? Ci son rimasta di merda! Io pensavo di fare una cosa carina, e le banane son così buone, perché l’hanno buttata? Lo so che costano pochissimo qui e se le possono permettere anche loro, ma è pur sempre cibo, no? Boh.
C’era una famiglia con tre bambini e il padre sperava di pagare un prezzo ridotto per i figli. Sono poverissimi, mi diceva il controllore, ma lui non può rimetterci i soldi del suo capo. Mi son sentita così in colpa! Io con la mia macchina fotografica da 500 euro, e loro che discutevano per un euro di bus. Io con i miei scarponi da 200 euro, e loro non si possono permettere neanche delle ciabatte da 1 euro. Padre e figlio mi fissavano con due occhi enormi pieni di tristezza. Avevo preparato una banconota da dare loro quando scendevano, ma non sono riuscita a dargliela. Se anche ci fossi riuscita, cosa avrei risolto? Avrebbero magari potuto comprare del riso, ma è altro di cui hanno bisogno. Un lavoro, per cominciare. Boh, ci devo pensare. Per la prima volta mi sono sentita in colpa per essere nata in Italia.
 

Janakpur II

Wow, questa città è meravigliosa! La gente è super ospitale! Un sacco di persone per strada mi fanno le classiche domande, da dove vengo, se viaggio sola, come mi chiamo, se mi piace Janakpur. Un paio di volte mi hanno sorpreso con un “What is the purpose of your trip?”. Lo scopo del mio viaggio? Boh! Ma non sono pesanti, perché quando hanno finito con la lista se ne continuano per la loro strada.
Stamattina in un negozietto dove mi son fermata a bere una coca ho conosciuto un ragazzino molto sveglio. 13 anni, parlava un buon inglese, e mi diceva che la situazione del suo paese non è buona. Siccome gli ho detto che vengo da un posto vicino a Venezia, mi ha raccontato di Marco Polo, nato nel 1254 o qls del genere, che è partito da Venezia ed è andato in Cina, dove è rimasto per 17 anni, diventando buon amico dell’imperatore. Ah, la coca era per uccidere eventuali batteri contenuti nella bibita che ho avuto per colazione. Appena uscita dall’albergo stamattina, alla ricerca disperata di qualcosa da mangiare, ho visto della gente che beveva sto coso giallo, e mi sono incuriosita. Solo che era freddo, non dovrei bere cose non bollite o non in bottiglia. Questo probabilmente era fatto con la loro acqua della fontana e della farina di mais sembrava. Piuttosto denso. Non il mio drink favorito direi. E aspetto cagotto in arrivo any time.
In questi giorni c’è il DIWALI, il festival più importante per gli induisti. Il loro Natale, lo definiscono per spiegarsi. Solo che dura 10 giorni. Domani sarà il giorno più importante, quando migliaia di capre verranno immolate in offerta agli dei in tutto il Nepal. Per molte famiglie sarà l’unica occasione dell’anno in cui mangiano carne. Peccato che mi perderò gli sgozzamenti, ma domani devo uscire dal Nepal perché il mio visto scade. Sarebbe stato interessante.
Comunque è bello camminare per strada. Janakpur è diversa dagli altri paesi del Nepal che ho visto. È piuttosto grigia e polverosa, strade con poche macchine, tante bici e tanta gente a piedi. Ed ho incontrato solo un altro occidentale, australiano. Stamattina mentre camminavo per la strada sentivo preghiere e canti provenire da altoparlanti. Mi sono seduta sugli scalini di un tempio, circondato da tanti piccoli altari, ed osservavo la gente intorno a me. Una famiglia (l’uomo vestito di un bianco immacolato) è entrata con una scorta di uomini armati. Nei templi sacerdoti vestiti di stracci, magrissimi; donne con braccialetti ad entrambe le caviglie e piedi rossi. Un tizio vende giornali ed altri leggono lì intorno, seduti sugli scalini del tempio pure loro. Una mucca attaccata ad una colonna del tempio. Con la fronte rossa pure lei. Un tizio che mugugna mentre prega. In un altro tempio due tizi vestiti di bianco seduti per terra che parlano, uno con un gran barbone grigio, e il solito striminzito che porta loro acqua per lavarsi le mani. La mucca è sacra per gli induisti. È considerata la “madre” degli induisti, mi sembra di aver capito da un tizio sul bus ieri. Poveri induisti, chissà come si sentono quando emigrano in Europa e vedono il trattamento riservato alla loro bestia sacra… Ce ne sono così tante che vagano in giro per la città, sembrano a passeggio pure loro; la gente ci cammina intorno, perlopiù ignorandole, a volte si fermano a mettere la polvere rossa (il tikka) sulla loro fronte. Son belle ste mucche bianche con la fronte rossa. Mi chiedo se hanno un proprietario e come fanno a ritrovarle?
Stamattina sono stata al Janakpur Women Development Centre, vicino al villaggio Mithila di Kuwa. Interessante. Il centro è stato fondato nel … ‘89 mi sembra? Vi lavorano le donne del villaggio, poverissimo, che hanno così la possibilità di crearsi uno spazio fuori dalla sfera di influenza del marito. Fanno porcellane, tappeti, borse. Vendono soprattutto a turisti, ma anche esportano, pure in Italia, ma la tizia non ha saputo dirmi dove. Ho comprato una tazza (boh, c’ho sta cosa per le tazze), e degli specchi da attaccare sui muri … Avrei voluto spedirmeli a casa, ma l’ufficio postale non è proprio come quelli che si trovano in Europa. Non c’era assolutamente niente, non buste o pacchi da poter comprare, solo uno sportellino da cui mi hanno detto che per legge non potevo spedire “glass”, perché si rompe e non si vogliono assumere la responsabilità immagino. Vabbè, proverò a mandarli dall’India. Peccato, sarebbe stato bello avere una busta con un francobollo e timbri nepalesi..
Appena uscita dal post office sono stata invitata a casa di una famiglia per un tè. Che poi si è trasformato in maiale con riso soffiato e verdure, e un bicchiere di pompelmo. Io avevo appena pranzato, ma come potevo rifiutare? La mamma mi ha pure regalato dei braccialetti e una collanina. Penso volesse che mi portassi in Italia suo figlio ventenne. Era una famiglia benestante, rispetto alla media nepalese, tutti i figli erano stati all’università, uno di loro lavora nell’esercito, l’altro a Kathmandu per Qatar Airlines. Ma io son pur sempre occidentale, quando lavoro guadagno in un mese quello che loro guadagnano in 4. Era loro dovere invitarmi, mi hanno detto, perché sono “ospite” in Nepal. Volevano anche che mi fermassi a dormire con loro, volevano presentarmi al padre, che ancora non era tornato dal lavoro, e ad un altro dei fratelli. Per fortuna avevo la scusa di aver lasciato il mio zaino in albergo…
C’è un sudoku sulla pagina del Kathmandu Post che hanno usato per incartare i miei specchietti. E ho paura a scoreggiare, nel caso mi sia arrivata la diarrea.
Nel pomeriggio sono andata al Janaki Mandir, un tempio che la Lonely Planet paragona al Taj Mahal. Bellissimo in effetti, diverso da tutti gli altri templi che ho visto in Nepal. Dedicato a Rama e Sita, marito e moglie. Le donne indossavano i loro sari più belli per l’occasione. C’era pure un tipo con un lenzuolo bianco tra le gambe e i capelli raccolti in una coda, bel selvaggio, come piace a me. Non so se fosse un sacerdote o se stesse studiando per diventarlo, ma è passato un paio di volte per il cortile del tempio portando legna. Mentre stavo lì seduta ad ammirare la gente intorno a me, continuavano ad approcciarmi persone. Le solite domande. Un tipo però si è distinto dalla massa. Mi ha fatto un vero e proprio interrogatorio. Libro favorito, hobbies, films etc. Mi ha chiesto cosa penso della situazione politica del Nepal. Boh? Dimmi tu. Non molto buona dice. Ce l’ha con i maoisti, che nonostante siano riusciti a entrare a far parte del governo, non sono ancora contenti e vogliono governare da soli e causano un sacco di casini. Sono come HitlerS, diceva. Gli piaceva dire “it means”, “vuol dire”. Tipo “do you eat meat” – yes. “It means you are not vegetarian”. “Do you speak nepali?” – no. “It means you cannot understand nepali”. Molto acuto nelle sue osservazioni. Boh, forse sentiva il bisogno di sottolineare qualcosa. Mentre mi parlava non riuscivo a smettere di fissare il sudore che gli si era formato tra il naso e la bocca. Molta gente qui si lamenta del governo. Dicono che è corrotto e si intasca il 95% degli aiuti internazionali. Peccato. Il Nepal avrebbe bisogno di un buon governo che faccia riprendere l’economia. La gente merita di vivere una vita migliore.
La sera mi son fermata a bere una spremuta di arance minuscole e ho visto che tutti prendevano una bibita bianca, un po’ densa. Ho scoperto che era un curd lassi (frappè di non so cosa, sapeva di yoghurt bianco e limone). Buonissimo. Chissà come lo fanno. Rinfrescante, fa proprio piacere con il caldo che c’è qua. Ci son tornata dopo cena (a base di pesce fritto salatissimo) e ne ho bevuti altri due. Chissà se riuscirò a bere lassi anche in India?
Beh, sono stata sorpresa dall’ospitalità e simpatia della gente di qui. All’inizio pensavo fossero un po’ indiani, intrusivi e curiosi, ma in realtà sono stati una piacevole compagnia durante questa mia giornata in giro per il paese.

Tansen

Ieri Tanja e io ci siamo svegliate a Bardia alle 4.30 e siamo arrivate a Tansen alle 5pm circa (Hilde è doveva tornare a Kathmandu per il suo visto per l’India). Il bisogno più urgente dopo 5 ore sul tetto del bus (tra Butwal – o Bitwan? boh – e Tansen non mi hanno permesso di salire sul tetto, e dentro si moriva dal caldo) è stato una bella doccia fredda per rigenerare i muscoli e sistemarmi i capelli. In realtà un po’ di acqua calda non mi avrebbe dato fastidio, visto che Tansen è a 1372m slm e non è che faccia particolarmente caldo. Ma beh, si fa quel che si può. Poi siamo uscite per cena. Momo (dumplings tibetani) in un ristorantino molto carino. E a letto presto. Alle 6 fa buio e poiché non ci sono luci pubbliche, alle 7 di sera sembra già notte fonda. L’albergo comunque chiude alle 9, e non c’è molto da fare in giro, quindi ne abbiamo approfittato per recuperare un po’ di sonno. Stamattina alle 6 eravamo sveglie, perché la nostra camera dà sulla strada e i muri son così sottili che si sente tutto. Con le prime automobili e camion (che suonano il clacson ad ogni minuto, per avvertire la gente del loro arrivo) ci siamo svegliate anche noi. E alle 6.30 pure i ragazzi della reception si son destati, hanno deciso che era ora per tutti di saltar giù dal letto e hanno acceso la tv ad un volume altissimo. Penso che nessuno sia più riuscito a dormire nel raggio di 100m. Bello però svegliarsi presto. Alle 11am eravamo già state sulla collina sopra Tansen, e sembrava che il giorno non finisse mai. Prima di arrivare sulla collina ci siamo fermate a bere una coca cola perché il caffè della colazione era così leggero che due non mi avevano dato la quantità di caffeina di cui necessito per svegliarmi per bene. In questo negozietto dove ho preso la coca la signora si è messa a guardare un vecchio film con Silvester Stallone (in inglese, non so cosa capisse) e sarei stata lì a guardare il film bevendo coca e mangiando patatine con lei. Probabilmente avrebbe fatto piacere anche a lei. Ma il dovere chiamava e abbiamo proseguito verso la cima. Da cui a quanto pare si vede l’Himalaya, se non è nuvoloso. Noi siamo riuscite a vedere solo un paio di cime rosa. Siamo poi tornate verso il paese. Molto carino. Sul lato di una collina, tutto un saliscendi di vie minuscole, con un sacco di sartorie e scarpari (ho provato ad aggiustare gli scarponi di nuovo). Molto piacevole. Il pomeriggio ci siamo rifugiate in un locale per stranieri, con prezzi leggermente più alti ma ancora onesti, con un bel cortile con tavolini e piante, bagni con la carta igienica (!!). Abbiamo bevuto un buon caffè (americano, ovviamente) sedute sotto una pianta dello stesso. Poi cena a base di burger di verdure e alle 9pm a letto!

Castelli di paglia

Dondolandomi su una meravigliosa amaca. Adoro le amache. Ne ho una a casa, che mi hanno regalato le mie amiche di Bologna per la mia laurea. Uno dei regali più azzeccati. Comincia a fare buio e le zanzare sono in piena attività. Domattina si parte alle 6 per … Tansen? Boh, un posto. Ho deciso di tornare verso Est, per entrare in India via Darjeeling.
Oggi è stata una giornata un po’ storta. Sarà che non c’avevo niente da fare. O più probabilmente perché ho passato due ore a lavarmi delle cose a mano. E io odio fare il bucato. Penso che la lavatrice sia stata l’invenzione del secolo. Non mi serve la lavastoviglie, mi piace lavare i piatti, ma senza lavatrice non potrei stare. Ho deciso che è l’ultima volta che mi lavo i pantaloni a mano. E pure le magliette bianche. Cattiva idea quella di portarmi magliette bianche. Quelle colorate se anche non son lavate benissimo non si vede. Beh, non ne ho più di bianche ormai. Son sul giallo-marroncino.
Anyway. Oggi per la prima volta insomma mi è venuta voglia di casa. Di avere una lavatrice penso. E un muro giallo su cui appendere le mie foto. E potermi fare un tè quando ne ho voglia e avere cioccolata a volontà.
Ma poi mi son messa a leggere la Lonely Planet e l’idea dei posti che vedrò nei prossimi giorni mi elettrizza. Quindi di nuovo sto pensando a cosa fare per poter viaggiare più a lungo. Non che mi stiano per finire i soldi, ma vorrei poter guadagnare qualcosa mentre sono in giro. Magari mi trovo un lavoro in India. Oppure torno in Nepal, dove in 20 giorni mi hanno offerto due lavori. E chiederò ai miei di venire a trovarmi a Varanasi se mi vogliono vedere a Natale.
Oggi pomeriggio sono stata a fare una passeggiata per il villaggio. La cosa più interessante è stato vedere delle ragazze che pescavano nel fiume. “NEL” proprio, nel senso che erano dentro l’acqua. Vestite. Con delle reti. E ogni pesciolino minuscolo che beccavano lo mettevano in un vaso che avevano in testa. Forte!
La scorsa notte mi son svegliata che mi pioveva in faccia. C’era un bel temporale, che normalmente adoro ascoltare dalla mia camera. Non so se l’acqua entrasse dalla finestra senza vetri o dal tetto di paglia?
Ok, corro ai ripari. Ste zanzare c’hanno più fame di me!

UN ALTRO GIRO DI GIOSTRA – RIFLESSIONI DAL TETTO DEL BUS


08Oct 10. 20hrs

Ieri abbiamo preso il bus che da Pokhara porta ad Ambassa, vicino al Bardia National Park. Nonostante avessimo dei sedili prenotati, io ho deciso di salire sul tetto perché dentro faceva troppo caldo e l’affollamento mi innervosisce. La prima ora ero sola. Wow. Uno di quei momenti in cui ti senti proprio a posto. Ero felice, mi sentivo LIBERA come mai prima. Serena e spensierata. Pensavo che sarei potuta morire lì, che non sarebbe importato perché sarei morta felice. Stesso pensiero che avevo in Tibet o durante la mia prima immersione, in Thailandia. 

Ascoltavo la mia musica e cantavo a squarciagola al vento, l’unico che potesse sentirmi. “Ninna Nanna” dei Modena City Ramblers, la colonna sonora di tutti i viaggiatori. “Amico” di Renato Zero, e pensavo a Paola. E Yankelee nel Ghetto, Negramaro, Morricone. Pensavo alla gente che è a casa. Ai miei genitori, che aspettano con impazienza il mio ritorno; a mio fratello, che si preoccupa per me (???), i miei cuginetti, i miei amici. Probabilmente molti di voi pensano che io stia perdendo soldi e tempo, che dovrei mettere la testa a posto, trovare un lavoro e tutto il resto (innominabile). Ma viaggiare mi dà una soddisfazione che poche altre cose mi danno. E questo è quello che mi va di fare ora. E penso che  la gente dovrebbe fare quello che si sente, se non fa del male ad altri. Quindi ecco. Trovo interessante come il destino riservi per ognuno di noi vite diverse. Io sono qui, per la strada, raramente dormo sullo stesso letto per due notti di seguito, non mangio pasta e non bevo un espresso da 2 mesi, festeggerò il mio compleanno da sola, ma sono felice. Incontro un sacco di gente interessante, altri viaggiatori con mille storie da raccontare (quando non le sento troppo spesso son piacevoli da ascoltare), gente locale con i loro bei sorrisi. E vedo posti nuovi. Risaie, un’infinità di templi, tigri, koreani che cantano in italiano sotto la luna…
Dopo un’ora o due alcuni ragazzi sono saliti sul tetto del bus, interrompendo le mie riflessioni. Quando ci sono dei posti di controllo da parte della polizia la gente locale deve scendere, solo i turisti sono ammessi sul tetto. Non so perché. Forse perché a loro non interessa se qualche straniero salta giù dal tetto? Boh. Pensavo di sedermi dentro per la notte, ma si stava così bene e c’era così tanta gente (verso le 22.00 saremo stati in una ventina là sopra) che ho deciso di restarmene sul tetto fino alla fine. Si stava bene (anche se mi fa ancora male il sedere), a parte il vento quando quel pazzo furioso dell’autista premeva sull’acceleratore in discesa. Un tipo ci ha prestato la sua coperta dell’esercito (a me e Tanja, una finlandese conosciuta sull’Annapurna, che è venuta a Bardia con me e Hilde). A un certo punto ci siamo fermati per far passare un camion proveniente dall’altra parte e la ruota ha cominciato a fare un mega fischio. Un’oretta circa per cambiarla. Alla fine anziché alle 4 di mattina, siamo arrivati alle 7. Beh dai, non male.     
Tutto bene finché ho scoperto di aver perso il mio portamonete durante la notte. Con dentro qualcosa tipo 5 euro in moneta, la mia carta studente dell’Università di Bologna (che avrei dovuto restituire 6 anni fa), una carta con 3 euro di credito per prendere il bus a Dubai, un bancomat di un conto inglese in cui ho 300 pounds circa, e due coralli (falsi) comprati a Lhasa. Non so se qualcuno sia riuscito a usare il bancomat (magari in internet). Non ho potuto bloccarlo perché non c’ho il numero di tel e qui non ho internet per controllare. Dopo 24 ore di angoscia sono giunta alla conclusione che nel peggiore dei casi ho aiutato qualcuno che ne ha più bisogno di me. Che ci posso fare? Son troppo generosa! Strano comunque, perché son piena di amuleti portafortuna, comprati tra Cina, Tibet e Nepal. Non so come sia potuto accadere. Vabbè. Forse è perché avevo comprato un altro portamonete qualche giorno prima, in Pokhara, e non mi volevo decidere a cambiarlo… Il destino ancora una volta ha deciso per me.
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