Get a site
Annapurna

Annapurna

trekking in

annapurna

cartolina dall’himalaya, nepal
Avevo scritto questo post nel lontano Ottobre 2010 (il 4), di ritorno dal trekking. Ma volevo aggiornarlo, aggiungere più foto e tradurlo in inglese, perché è una delle cose più belle che abbia mai fatto nella mia vita e ancora mi si riempie il cuore di gioia quando ripenso a quei giorni.

diario di un trekking irripetibile

Mi sento un po’ strana. Tornata ieri sera dall’Annapurna Sanctuary Trekking e boh. Sarà che ero abituata a svegliarmi alle 6 di mattina e sapevo già cosa dovevo fare durante la giornata, o forse il caldo che c’è qua a Pokhara, mi butta giù un po’. O magari mi manca la gente che ho incontrato per strada e speravo di avere due giorni sola e invece è già tornata anche Hilde … Boh. O magari i capelli bianchi che ho visto qualche minuto fa allo specchio (me li ero tagliati due settimane fa, come hanno fatto a crescere così in fretta???).
Ma cominciamo dal principio.

il diario

Day One

Lunedì, day 1. Sveglia alle 6am, preparato lo zainetto con due magliette e due mutande, un asciugamanino piccolo, sapone e ciabatte, bottiglia d’acqua. Nessun porter per noi povere ragazze, ci portiamo il nostro zaino in spalla, quindi deve essere il più leggero possibile. Colazione con due cornetti, caffè.Due autobus e alle 9 siamo a Phedi, da dove parte la nostra spedizione. Mi è appena caduto un ragno dalla testa. Piccolino. La prima ora è piuttosto traumatica. Un’ora di scalini per arrivare a Dhampus. L’incubo Mt Emei (8 ore di scalini per raggiungere un tempio in Cina) torna ad “attanagliarmi” (beh, non son sicura di come si dice e non ho un dizionario in cui controllare, quindi abbiate pietà). Da lì poi è un sentiero facile, tutto falsopiano, con una leggera salita ogni tanto. Bello camminare tra campi di riso, ruscelli e mucche che intralciano il cammino.

Ci accompagna il primo porter incontrato durante questo trekking. E’ un ragazzino di 13 anni, Sonkor, che portava nel cesto attaccato alla testa scatolame vario e uova (saran stati 20 kg, io non riuscivo ad alzarlo). Prodotti per la guest house gestita dalla madre. Fa sta strada ogni giorno. Non dovrebbe essere a scuola un 13enne il lunedì mattina? Vabbè.

A Pothana c’è il primo posto di controllo dei nostri permessi. Siccome è il 27 Settembre, giorno internazionale del turista (e chi lo sapeva?) ci benedicono con il tikka (quel coso rosso sulla fronte) e ci regalano una sciarpina giallina in seta (purtroppo col caldo che faceva non son riuscita a tenermela attorno al collo). Phedi non è molto alto, sarà sui 1000m slm credo. L’Annapurna Base Camp, nostra destinazione finale, è a 4130m. Pothana, che raggiungiamo alle ore 12 circa del giorno nr 1, è a 1990m. Beh, già a un buon punto, verrebbe da pensare. Se non fosse che dopo Pothana inizia la prima discesa. Da 1990m passiamo ai 1620 di Landruk, 1340m il secondo giorno, per poi risalire a 2210… Insomma, già guardando all’itinerario mi era venuto un po’ il nervoso, ma a trovarmi a camminare su per il monte, giù dall’altra parte fino alla valle, su per un altro monte e giù dall’altra parte, e così per 4 giorni… beh, è piuttosto demoralizzante.

A un certo punto le mie gambe si sono bloccate, si rifiutavano di fare un solo passo, sapendo che ogni scalino in discesa significava altri 2 in salita (e salita di nuovo al ritorno). Sarà che io non sono abituata a camminare così. Carega, Pasubio, Cima Marana, si sale per quelle 2-3-6 ore, ma una volta su sai che ti aspetta solo discesa. Non sull’Annapurna Sanctuary. Ho avuto salite fino all’ultimo giorno. E che salite! Non so cos’hanno qui, ma sono fissati con gli scalini! Troppo facile fare un sentiero che gira basso intorno al monte. No, bisogna salire su dritti fino in cima e giù dall’altra parte. E non sentieri a zig zag, si perde troppo tempo. Su dritti, tipo andare a Cima Marana, su per el coston! Vabbè. Il primo giorno comunque ci siamo fermate a Landruk verso le 4. Cominciava a piovigginare. Nella stessa guest house c’erano Bob, un inglese di 61 anni che tornava sull’Annapurna dopo 40 anni, una coppia di Neo Zelandesi che hanno impiegato 3 giorni a fare il percorso che noi abbiamo fatto in un giorno (anche a causa di cagotti vari), una coppia di israeliani (un sacco di israeliani mi aspetteranno lungo il tragitto).

Day 2

La mattina del secondo giorno sveglia alle 6. E’ l’orario delle montagne nepalesi. Sveglia alle 6, partenza verso le 7 e si cammina fino alle 2 circa. Penso dipenda anche dal fatto che il cielo è bello terso la mattina presto, verso le 10 comincia ad annuvolarsi e a volte nel tardo pomeriggio piove. Dopo una bella dormita di 10 ore e colazione a base di banana pancake e miele, alle ore 7.25 (già in ritardo sulla tabella di marcia) si parte! Primo avvistamento dell’Annapurna South. Emozione. Quindi prime 2 ore in discesa, fino alla valle. Poi un’ora di scalini fino a Jhinu. Dove mi son goduta il ben guadagnato tè al limone. E’ la prima volta che trovo tè all’italiana fuori dall’Italia. Un sacco di limone e zucchero. Ci voleva proprio. E da lì comincia quello che rimarrà come uno dei peggior momenti della mia vita. Un’altra ora e mezza di scalini, pausa per il pranzo, scalini in discesa e un’altra ora in salita. Hanno fatto un bel lavoraccio a mettere tutti sti sassi a mo’ di scalini (e ne sono anche grata, visto che l’unica volta che ho camminato sull’erba son finita col culo per terra), ma non potevano farli un po’ più bassi? Un po’ a zig zag? Vabbè. Il secondo giorno è stato un incubo per me. E da quel momento sono passata a pezzo debole del team. Il mio corpo implorava pietà. E io pregavo per lui (“please, fatemi trovare un pezzettino di piano alla fine di questa scalinata!”). 

Ci siamo fermate per la notte a Sinuwa che erano le 15.30 circa. Abbiamo camminato per 6 ore buone. La doccia più bella del mondo in quella guest house. Acqua calda, bel getto potente. Mi son bevuta un meraviglioso mint tea con un sacco di zucchero. Per cena una zuppa di cipolle. Ovviamente avevo ancora fame, così ho diviso con Hilde un Gurung Bread (pane nepalese, fritto) con una frittata sopra. Buonissimo! Devo dire che il cibo lungo il tragitto è stato una piacevole sorpresa. Ottimi pancakes e porridge per colazione, per pranzo e cena purè di patate con formaggio sciolto e cipolla, patate fritte con verdure e formaggio, il classico riso fritto con verdure… Tutto buonissimo. In realtà il piatto tipico dei camminatori sarebbe il Daal Bhaat, riso bianco e da parte un pezzo di pane, verdure cotte e dei cosini piccanti, più una zuppa. Io non l’ho mai preso, tranne l’ultimo giorno, perché costa un po’ di più (ben 3 euro anziché 2!!), ma quando hai finito ti riempiono il piatto se hai ancora fame! L’ho preso solo l’ultimo giorno, perché lo dovevo provare, e non sono riuscita a finirlo. Io!

La prima sera alle 8 ero a letto. La seconda non son resistita oltre le 7.30. Quando sono tornata nella living room dopo che son uscita nella fredda notte per lavarmi i denti, c’era Hilde che raccontava a un gruppo di americani del suo 1 year long trip. Tutti che facevano “ooohh aaahh” e “how inspiring”. Io avevo sentito la storia tante volte e non ce l’ho fatta. Mi ha fatto sorridere perché penso che lei avesse proprio bisogno di un’audience. Probabilmente non le do più tanta soddisfazione quando mi parla… Vabbè. Meglio per entrambe se trova qualcun altro a cui raccontare le sue storie. E’ una ragazza simpatica e con un sacco di storie da raccontare, ma quando sono stanca ho un livello di sopportazione davvero basso, soprattutto verso quelli che mi stanno attorno più di un’ora. Ho perso un amico e rischiato qualche altra volta di perderne altri, durante i viaggi. 

Day 3

Il terzo giorno ancora scalini su e giù, fino a Deurali, dove siamo arrivate verso le 14. Molto meglio del giorno prima. Quando ci siamo fermate per pranzo a Himalaya, c’era un gruppo di porters che ci accompagnerà per il resto del viaggio. Lavorano per un gruppo di Sud Koreani che si son portati il loro cibo dalla Korea, così che oltre ai ragazzini che portano i loro zaini, hanno bisogno anche di qualcuno che porti cibo e pentolame, e hanno il loro cuoco personale.

Strani sti koreani. Costa un sacco di più viaggiare così, anche perché nelle guest houses fanno pagare di più il dormire se non si mangia quello che cucinano loro (un letto normalmente costa appena 1 euro, le guest houses guadagnano sul cibo che vendono, non sulla stanza; se non si mangia nella guest house dormire costa sui 3 euro per notte). E il cibo è così buono! Quindi è un po’ difficile per me capire perché si siano portati il loro cibo, ma vabbè. Tra questi ragazzini c’era Pawan che ha due occhietti dolcissimi e un sorriso che ha rallegrato ogni mia giornata per il resto del trekking. Ecco, mi manca oggi. Pensavo avesse 15 anni, invece ne ha 18. Magro impicà. Chissà come fa a portare quei 30 kg sulla testa, camminando con quelle ciabattine su per sti sassi (non ha soldi per comprarsi le scarpe). Dice che non gli piace il lavoro (ha cominciato solo un mese fa) e spera di riuscire a entrare nell’esercito (quello nepalese. C’è anche un esercito inglese qui, che paga meglio e dà una buona pensione, ma è difficile entrare). Viene pagato 5 euro al giorno. Me lo posso portare in Italia?

In quasi ogni villaggio c’è un campetto di pallavolo (beh, una rete tirata su alla bell’e meglio (come si scrive??)). A Deurali ho guardato un po’ sti ragazzini mentre giocavano. Sono anche bravi, si vede che giocano spesso. Dev’essere un bel modo per rilassarsi dopo 6 ore a portare 30 kg in testa…

A Deurali comincia a fare freddo. E’ a 3200m. Qui abbiamo conosciuto un cinese strambo; viene da qualche parte vicino a Shanghai. Il suo inglese non è perfetto, ma molto meglio della media cinese (perlomeno quelli che ho incontrato io in Cina). C’ha anche lui la sua zuppetta di verdure, cinese, da bere alla fine della cena. Tang si chiama. Il giorno dopo lo ritroveremo all’Annapurna Campo Base, poi io lo ritroverò sulla via del ritorno e ieri appena arrivata a Pokhara l’ho incontrato di nuovo. Forte. Siamo diventati amici nel frattempo (dev’essere stata l’hot spring all’aperto che abbiamo condiviso due giorni fa). Mi ha regalato 3 bustine di zuppa di verdure. Carino.

 

Day 4

Quindi day 4, partenza 7am direzione Annapurna Base Camp. Alle 10.30 eravamo su. Già c’era la nebbia. Ma durante il tragitto abbiamo avuto occasione di vedere i monti attorno a noi. Magici. Un freddo cane comunque lassù. 4130m, nebbia, e neanche un fuoco in casa! Come si fa? Non sapevo come fare a scaldarmi. Ho bevuto un sacco di tè, ma solo dopo cena sono riuscita a scaldarmi un pochino.

La mattina dopo sveglia alle 5.45 per vedere l’alba. Bello. E poi comincia la discesa. Io ero stanca di correre. All’andata abbiamo fatto in 4 giorni quello che consigliano di fare in 6, così ho deciso di rilassarmi e mi son messa a camminare con calma. Hilde invece sempre di corsa. Ogni tanto si fermava ad aspettarmi. Mi urtava un po’ i nervi, non so perché. Lei povera mi aspettava anche. Con me camminava uno dei koreani, che deve avermi scattato un centinaio di foto. Strani sti asiatici, trovano noi occidentali interessanti soggetti fotografici.

Il giorno dopo ho suggerito a Hilde che potevamo separarci, visto che lei camminava così veloce e il sentiero comunque non era pericoloso, non c’era bisogno di stare insieme (mi sono messa d’accordo per fare questo trekking con lei perché in generale non penso che sia prudente camminare in montagna da soli; ma questo sentiero si è rivelato abbastanza sicuro e piuttosto trafficato). Subito ha detto di no, ma poi siccome lei voleva fare una deviazione per vedere un altro monte (mentre io volevo fare la strada più corta possibile per tornare verso Pokhara), ha acconsentito. Wow. Improvvisamente mi son sentita molto più leggera. Sono partita sola perché mi piace viaggiare sola, era diventato proprio pesante avere qualcuno sempre attaccato! Per questo speravo impiegasse più tempo per tornare a Pokhara, invece ieri appena arrivata in città ci siamo incontrate. Che culo!

Comunque ho avuto quasi due giorni sola. Quel giorno ho deciso di terminare il mio cammino alle 11am a Jhinu. Perché tanta fretta di tornare in città? Si sta così bene sui monti! A Jhinu c’è sta famosa hot spring (e come si dice in italiano? terme?) di cui tutti parlano. Ci sono andata subito. Ah, che sollievo per i miei piedini! E poi lì c’era Tang, il cinese. E dopo un po’ sono arrivati anche i porters dei koreani. Che bello guardarli mentre si lavavano i vestiti nell’acqua calda (non quella della piscina, fuori. Per 10 giorni indossano sempre gli stessi vestiti, hanno abbastanza peso da portare!), Pawan che cercava di nuotare nella piscina grande 3 metri per 4 (dice che ha imparato a nuotare nel fiume), le risate. Belli. La sera ero nella stessa guest house con i koreani. Celebravano la loro ultima notte con un bel banchetto per loro e rakshi (un vino locale, simile al sake) per i porters. A un certo punto i porters (nepalesi) si son messi a cantare e suonare. Un tipo suonava un tamburo, tutti cantavano e qualcuno ballava. Mi piace un sacco come ballano. Come sculettano e muovono le mani sopra la testa. Io ero lì con loro e mi limitavo a battere le mani a tempo (forse non tutti lo sanno ma sono piuttosto negata per le danze). I koreani non hanno mostrato interesse tanto a lungo, e dopo un po’ eravamo rimasti solo i nepalesi e io. Uno di loro mi ha dedicato una canzone, così per ringraziare ho dovuto cantarne una io, entrambe le canzoni italiane. Ovviamente grande successo!

Il tutto è finito abbastanza presto, alle 8 si sbaracca lì. Ma c’era un vecchietto koreano seduto solo su una sedia in giardino che cantava alla luna. Uno spettacolo meraviglioso! Ha cantato anche “O sole mio”. Chi se l’aspettava di sentire “O sole mio” sotto l’Himalaya nepalese, cantata da un koreano??

Alla stessa guest house c’erano anche Bob (l’inglese incontrato il primo giorno) e un ragazzo californiano. Per Bob questi 7 giorni erano solo un allenamento per un trekking di 4 settimane che farà tra qualche giorno, fino a più di 6000m. E c’ha 61 anni. Quando è venuto in Annapurna per la prima volta, 40 anni fa, non c’erano sentieri e non c’erano guest houses. Era con un amico, portavano una tenda e un sacco di riso. Dev’essere bello tornare dopo tanti anni e vedere come tutto è cambiato.

Ultimo giorno rilassato. Tutto falsopiano. Se non fosse che mi son persa. Anziché impiegare un’ora per arrivare al primo villaggio mi ci son volute 2 ore e 15 minuti. Ho preso un sentiero su per il monte anziché stare bassa e non riuscivo più a tornare sul giusto sentiero. E poi tutto di corsa per raggiungere Bob (a cui avevo detto di non aspettarmi mentre mi lavavo i denti, ché tanto l’avrei raggiunto). L’ho ritrovato dopo 5 ore, quando si è fermato per pranzo. Mi ha fatto anche venire voglia di una birra. Avevo una sete tremenda e la sua birra sembrava così fresca e dissetante che ho dovuto prenderne una pure io! Solo che a quel punto non mi stava più il Daal Bhaat. Ultimo giorno tranquillo comunque. Bel sentiero lungo il fiume, con soliti ruscelletti e campi di riso. Poi da Naya Pul il bus per Pokhara (sul tetto, di nuovo). A Naya Pul l’ultimo saluto ai porters nepalesi. Che cari. Mi fan proprio tenerezza.
Ecco. Quindi dai, son sopravvissuta. Non so se lo rifarei comunque. Mi son rimasti uno scarpone rotto e uno zaino con un buco. E dei ricordi incredibili.

It’s Going to be Perfect!

vieni con me!

Moshi

Moshi

Moshi
Sono sempre a Moshi. Ieri ho fatto giretti vari per il paesetto, sempre accompagnata da un moretto. Non esiste occidentale che riesca a camminare solo per la città. C’è sempre qualcuno che si avvicina per offrire scalate del Kilimanjaro, safari al Serengeti o tour nei dintorni di Moshi. Io ho passato maggior parte del pomeriggio con Seleman, che mi ha portata al YMCA a vedere la piscina di 25m (!!) e ad assaggiare la birra alla banana. Buona! 10% appena… c’è anche una versione più melmosa con dei semi dentro ma quella non mi piace tanto.
Oggi invece sono stata in un villaggio sulle pendici del Kilimanjaro. Mi ha accompagnata Joseph. Difficilmente ci sarei arrivata da sola. Ci abbiamo impiegato 45 minuti circa in Dalla-Dalla. Stipati come galline, ma con della bella musica reggae in sottofondo. Bella passeggiata in mezzo alla giungla, tra piante di banana, avocado, caffè e fagioli. Visita a una cascata bellissima e potentissima. E due chiacchiere con il barman del villaggio. Ha 32 anni e una figlia di 18 che va alle superiori.
Stamattina avevo un po’ di “disturbi di pancia” chiamiamoli. Ma quando son tornata in bagno dopo la gita era tutto a posto. Ho mangiato talmente tanto riso da poter prosciugare il Lago Victoria.
16.30 Sono in un ristorantino vicino all’albergo, frequentato soprattutto da gente del posto.  Mi piace perché dal terrazzino posso guardare la gente in strada. Ho preso un succo di Passion Fruit. Vicino a me c’è una signora scocciata che beve una birra sola soletta. In un altro tavolino un pancione antipatico sta mangiando come un maiale. Una signora cerca di vendere delle scarpe. La signora scocciata ne prova due paia, ma costano troppo per i suoi gusti. O non sono abbastanza raffinate per lei, non so. Un ragazzino mi mostra i suoi profumi torbidi e le mollette colorate. Il pancione antipatico lo allontana in malo modo. Ho scoperto che è il titolare del locale. La Scocciata manda il cameriere a comprarle qualcosa in un negozio vicino. Intanto in strada una bambina porta sulla testa una borsa con dei legumi. Le donne del villaggio dispongono con cura le loro verdure sul marciapiede, facendo delle vere e proprie composizioni. Vorrei fotografarle ma se mi vedono si incazzano. Una delle signore dalle belle trecce si è appena soffiata il naso, senza fazzoletto, sopra le arance che volevo comprare io. Una signora mi fa una sceneggiata perché le ho fatto una foto senza chiederle il permesso. Ha ragione, e di solito chiedo, ma volevo fotografarla mentre si metteva il cesto in testa, non potevo perdere l’attimo. Mi ha tirato su un teatrino che è durato diversi minuti. Fino a 5 minuti fa pensavo che i Tanzaniani mi commuovono, perché  spesso ti guardano con cipiglio severo e a volte borbottano o urlano qualcosa che sembra un rimprovero, ma appena dici “Mambo” o accenni un sorriso, ti rispondono con uno dolcissimo. Mi ha un po’ rovinato la giornata sta cosa, ma tanto domani vado ad Arusha e non ci penso più.

Episode 4: Kilimanjaro

Il tipo che fa da guardia all’albergo è un maasai. Ho provato a spiare sotto il telo che lo copre per verificare se le leggende sono fondate, ma niente. Gli ho fatto anche un sorrisino e lui ha continuato a fissarmi con sguardo serio. Devono essere proprio dei guerrieri duri questi qua.
Sono a Moshi, il paese più vicino al Kilimanjaro e capitale della produzione di caffè. Ci ho messo 9 ore in autobus da Dar Es Salaam, su una strada piena di buche e con un caldo boia. Nonostante ciò son riuscita a dormire per 8 di quelle ore. Mi svegliavo ogni tanto quando il bus rallentava perché arrivavamo a un villaggio.  Tra le palme ci sono casette in mattoni con il tetto in lamiera o capanne di fango e paglia. E al centro di ogni villaggio c’è una tettoia di foglie di palma che deve fungere da luogo di ritrovo e relax, perché c’ho visto gente cucinare e mangiare, chiacchierare e perfino giocare a biliardo. Deve essere una grande passione il biliardo in questo paese. Ieri al Coco Beach c’era un torneo con un gran pubblico e c’è un tavolo anche al bar di questo alberghetto. Carino il posto dove sono. Camere simpatiche e pulite e un bel terrazzo con un bar arredato di un bel paio di maschietti che giocano a biliardo. Ci sono da un’ora ma solo quando con lo scendere della sera le nuvole son sparite mi sono accorta che il Kili era lì che mi guardava.

Episode 3: Dar 2

11.30 am
Che bella la vita! Sono venuta a vedere una chiesa Luterana costruita dai tedeschi a inizio 900 e mi son ritrovata a un matrimonio! Le donne sono bellissime nei loro vestiti tradizionali (quelle più grossette), in eleganti vestiti lunghi o in attillati tubini (quelle che se lo possono permettere). Le scarpe rosse vanno di moda direi.E io me ne sto a spiare da un angolino ombreggiato insieme agli autisti.
11.45 giuro che mi sono messa a piangere mentre la sposa camminava verso la chiesa, accompagnata dalla banda e dalle donne che le ballavano intorno lanciando urletti tipo “trrrriiihhhh” come boh, forse Speedy Gonzales? Che gioia.
14.00 Sono al Coco Beach. Un locale lungo la spiaggia un po’ a nord di Dar Es Salaam che nei week end si riempie di gente che viene a fare il bagno (maschi e femmine con i vestiti addosso) su delle ciambelle nere.  Spiedini con patatine fritte per pranzo. Yummy!
Ho conosciuto Rashid. Simpatico. Forse perché è uno dei pochi finora che non mi ha approcciato solo per offrirsi come guida. Viene da un villaggio vicino al Lago Tanganyka, sud-ovest del paese.  Ha cercato di insegnarmi un po’ di swahili ma sono troppo dura, non ce la farò mai. Ancora sono ferma al mio mambo-poha 🙁.

Tanzania – Episode 2: Dar Es Salaam

MAMBO! E “Poha” devo rispondere io. Che non ho ancora ben capito cosa voglia dire.
Eccoci. La capitale. La maggior parte della gente che visita la Tanzania la evita. Perché volano direttamente all’aereoporto di Kilimanjaro o a Zanzibar. Io ci sono arrivata alle 6 stamattina, dopo una notte prevedibilmente piuttosto insonne. Il passaggio della dogana e le formalità per il visto son stati più facili del previsto. 50 USD per il visto, alla faccia del consolato a Milano che voleva farmi spendere 100 euro per prenderlo in anticipo (65 per il visto più 30 abbondanti per il treno).
All’uscita dall’aereoporto un taxista mi fa che è impossibile per me prendere un autobus fino al centro città. Perché la gente a quell’ora (erano le 6.45 circa) va al lavoro, i dalla-dalla (bus locali) sono strapieni e io con i miei zaini non ci salirò mai. Mi ha offerto di portarmici per “soli” 20 dollari americani. Ovviamente non gli credo e cortesemente rifiuto. Mi avvio verso la fermata dei bus. Una cinquantina di persone è lì che aspetta. Nessun problema, ho tutta la giornata davanti a me. In effetti i mini-bus che arrivano sono strapieni e per qualche mistero della fede riescono a far salire 2-3 degli sfigati che stanno aspettando con me. Ma io con i miei zaini effettivamente non riuscirò mai a infilarmici. Ok. Non demordo. Magari fra mezz’oretta ci sarà meno gente, mi ripeto. Intanto osservo la gente intorno a me e  me ne innamoro. Ragazzi che portano una dozzina di confezioni di uova pericolosamente in equilibrio sul retro della loro bici. Sguardi incuriositi e sorrisi timidi. Qualche autista di dalla-dalla scuote la testa sconsolato come a dire “dove pensa di andare questa povera qua?”. Una ragazza con gli occhi storti mi urla “welcome to tanzania!” e io mi sento la persona più fortunata del mondo. Dopo più di un’ora che aspetto e osservo vedo che poco prima della fermata degli autobus c’è un gruppetto di persone che quando si ferma una macchina bianca ci si fionda dentro. Sarà un taxi condiviso? Mi chiedo. E sì. E dopo 5 minuti sono anch’io su un taxi che per 2000 Tsh mancia inclusa (circa 1 euro) mi porta in centro città. Alle 9 sono al mio alberghetto. Sonnellino di un’oretta. Doccia. Esco.
Subito mi viene presentato un tipo che mi dovrebbe aiutare a organizzare un safari. Non son partita con l’idea di fare un safari, ma sarà come fare trekking in Nepal,  che non si può stare in Tanzania e non andare a vedere i coccodrilli? Comunque non organizzerò da qua nessun safari. Magari vado ad Arusha e vedo lì se trovo qualcosa. Sono ancora troppo stanca per pensarci.
In giro per le strade di Dar es Salaam sembra di stare in India, solo senza clacson. Una giungla di macchine, che girano senza regole, e il povero pedone che deve tentare la fortuna ogni volta che attraversa la strada. I marciapiedi sono occupati da venditori di ogni tipo, lustrascarpe e gente che si gode l’ombra. Il sole fa caldo, ma all’ombra si sta benissimo, tira una brezza fresca. Probabilmente grazie alla vicinanza all’oceano. Preoccupazione numero 1: trovare un caffè decente. Il posto consigliato dalla Lonely Planet è chiuso, quindi giro un po’ a caso. Non trovo niente. Comincia anche a venirmi fame ma l’unico posto che trovo è un ristorante all’aperto, dove si può mangiare a buffet carne cotta sul barbeque per Tsh 18.000, circa 9 euro. Troppo troppo per me. Magari ci tornerò per una bibita, perché sembra proprio piacevole, fresco e rilassante, in questa città dove è così difficile trovare bar e simili. Continuo la ricerca. Passo vicino a un tempio indu e vari ristoranti indiani. Mi sembra di riconoscere tanti indiani tra la gente che cammina per le strade. Ma mi rifiuto di mangiare indiano in Tanzania! Alla fine per non rischiare di morir di fame mi prendo un panetto con il formaggio in una pasticceria. Ok, non sarà molto africano, ma è giusto per tirare avanti.
Torno all’albergo a farmi un altro sonetto. Un’ora non mi basta questa volta. Alle 4.20 mi sforzo di tirarmi su dal letto. Esco e mi infilo in un ristorante proprio dietro l’angolo!  E poco più in là c’è un chioschetto che vende kebab. Ma dov’erano prima? Comunque mi bevo il mio caffettino (devo ricordarmi di non chiederlo più “macchiato” perché lo fanno come in India, sciolgono il caffè solubile direttamente nel latte caldo, non nell’acqua) mentre leggo un po’ la guida e cerco di capire cosa voglio fare. Sono circondata da tanzaniani di ceto medio che mangiano pollo cotto alla griglia con riso e verdure varie. Sembra appetitoso. 8500 tsh costa. Circa 4 euro.
Il mio caffè dura un’oretta. Nel frattempo mi è venuto il mal di testa per la stanchezza. Vado in un negozio di telefonia e mi compro un modem per collegarmi a internet. In una farmacia prendo lo spray per le zanzare (per evitare di prendermi la malaria). E girovago ancora per la città. Finalmente tiro fuori la macchina fotografica e comincio a far foto. Uomini che giocano a dama sul marciapiede su un pezzo di carta disegnato e con tappi di bottiglia di due colori diversi. Un tipo che trasporta bottiglie di plastica su una bici. Scarpe di varie misure e stili in esposizione lungo un marciapiede. Ed è tutto un “mambo-jambo” e io “poha” e loro sorridono e continuano a parlarmi in Swahili e io provo a spiegare che giusto quella parola so dire…
Ci sono dei ragazzi che camminano per la strada offrendo su di un piatto di vimini la loro mercanzia: sigarette, caramelle, ciunghe, uova ricoperte di sale (saranno le stesse uova che ho visto stamattina?). Per far sapere che sono nei paraggi fanno tintinnare una fila di monete che tengono in mano. La gente fa dei versi, tipo uccellini o non so che. Subito vanitosamente pensavo fossero diretti a me, invece li fanno un po’ perché magari se sono in bici fanno scansare i pedoni, un po’ perché hanno qualcosa da vendere e  molti per abitudine.
18h50 La città si trasforma quando cala la notte. Si accendono fuochi e all’improvviso appaiono tavolini e sedie sui marciapiedi e via con i barbeque di pollo e spiedini vari! Io  mi fermo a prendere il kebab che ho visto qualche ora prima, al costo di 2 euro circa. Prezzo evidentemente turistico, perché sicuramente il tanzaniano che vive per strada non li paga quei soldi lì. E poi per digerirlo mi vado a bere una coca cola in un ristorantino (indiano, mio malgrado). Ci sono 8 camerieri per 3 tavolini occupati (dei quali uno mio, che sto solo bevendo una coca). Anche l’albergo dove dormo sembra abbia un sacco di aiutanti, pur non essendo per niente affollato. Probabilmente questo genere di collaboratori costano talmente poco che averne uno in più o uno in meno non cambia molto.
Alla fine ho deciso di andarci ad Arusha. Spero di trovare un gruppo di safaristi a cui aggiungermi. Vabbè, seguo le orde e vado nella zona più turistica del Paese, ma con la bassa stagione rischio di non trovare nessuno nei parchi a sud e di dover pagare una follia perché mi tocca pagarmi una 4×4 tutta per me.
Una volta a scuola mi insegnarono che ci vuole anche una bella conclusione a un tema. Questa regola vale anche per i blog? perché io avrei finito per oggi. Notte.
01 02 03 04 05 06 07 08