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Moshi

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Sono sempre a Moshi. Ieri ho fatto giretti vari per il paesetto, sempre accompagnata da un moretto. Non esiste occidentale che riesca a camminare solo per la città. C’è sempre qualcuno che si avvicina per offrire scalate del Kilimanjaro, safari al Serengeti o tour nei dintorni di Moshi. Io ho passato maggior parte del pomeriggio con Seleman, che mi ha portata al YMCA a vedere la piscina di 25m (!!) e ad assaggiare la birra alla banana. Buona! 10% appena… c’è anche una versione più melmosa con dei semi dentro ma quella non mi piace tanto.
Oggi invece sono stata in un villaggio sulle pendici del Kilimanjaro. Mi ha accompagnata Joseph. Difficilmente ci sarei arrivata da sola. Ci abbiamo impiegato 45 minuti circa in Dalla-Dalla. Stipati come galline, ma con della bella musica reggae in sottofondo. Bella passeggiata in mezzo alla giungla, tra piante di banana, avocado, caffè e fagioli. Visita a una cascata bellissima e potentissima. E due chiacchiere con il barman del villaggio. Ha 32 anni e una figlia di 18 che va alle superiori.
Stamattina avevo un po’ di “disturbi di pancia” chiamiamoli. Ma quando son tornata in bagno dopo la gita era tutto a posto. Ho mangiato talmente tanto riso da poter prosciugare il Lago Victoria.
16.30 Sono in un ristorantino vicino all’albergo, frequentato soprattutto da gente del posto.  Mi piace perché dal terrazzino posso guardare la gente in strada. Ho preso un succo di Passion Fruit. Vicino a me c’è una signora scocciata che beve una birra sola soletta. In un altro tavolino un pancione antipatico sta mangiando come un maiale. Una signora cerca di vendere delle scarpe. La signora scocciata ne prova due paia, ma costano troppo per i suoi gusti. O non sono abbastanza raffinate per lei, non so. Un ragazzino mi mostra i suoi profumi torbidi e le mollette colorate. Il pancione antipatico lo allontana in malo modo. Ho scoperto che è il titolare del locale. La Scocciata manda il cameriere a comprarle qualcosa in un negozio vicino. Intanto in strada una bambina porta sulla testa una borsa con dei legumi. Le donne del villaggio dispongono con cura le loro verdure sul marciapiede, facendo delle vere e proprie composizioni. Vorrei fotografarle ma se mi vedono si incazzano. Una delle signore dalle belle trecce si è appena soffiata il naso, senza fazzoletto, sopra le arance che volevo comprare io. Una signora mi fa una sceneggiata perché le ho fatto una foto senza chiederle il permesso. Ha ragione, e di solito chiedo, ma volevo fotografarla mentre si metteva il cesto in testa, non potevo perdere l’attimo. Mi ha tirato su un teatrino che è durato diversi minuti. Fino a 5 minuti fa pensavo che i Tanzaniani mi commuovono, perché  spesso ti guardano con cipiglio severo e a volte borbottano o urlano qualcosa che sembra un rimprovero, ma appena dici “Mambo” o accenni un sorriso, ti rispondono con uno dolcissimo. Mi ha un po’ rovinato la giornata sta cosa, ma tanto domani vado ad Arusha e non ci penso più.

Episode 4: Kilimanjaro

Il tipo che fa da guardia all’albergo è un maasai. Ho provato a spiare sotto il telo che lo copre per verificare se le leggende sono fondate, ma niente. Gli ho fatto anche un sorrisino e lui ha continuato a fissarmi con sguardo serio. Devono essere proprio dei guerrieri duri questi qua.
Sono a Moshi, il paese più vicino al Kilimanjaro e capitale della produzione di caffè. Ci ho messo 9 ore in autobus da Dar Es Salaam, su una strada piena di buche e con un caldo boia. Nonostante ciò son riuscita a dormire per 8 di quelle ore. Mi svegliavo ogni tanto quando il bus rallentava perché arrivavamo a un villaggio.  Tra le palme ci sono casette in mattoni con il tetto in lamiera o capanne di fango e paglia. E al centro di ogni villaggio c’è una tettoia di foglie di palma che deve fungere da luogo di ritrovo e relax, perché c’ho visto gente cucinare e mangiare, chiacchierare e perfino giocare a biliardo. Deve essere una grande passione il biliardo in questo paese. Ieri al Coco Beach c’era un torneo con un gran pubblico e c’è un tavolo anche al bar di questo alberghetto. Carino il posto dove sono. Camere simpatiche e pulite e un bel terrazzo con un bar arredato di un bel paio di maschietti che giocano a biliardo. Ci sono da un’ora ma solo quando con lo scendere della sera le nuvole son sparite mi sono accorta che il Kili era lì che mi guardava.

Episode 3: Dar 2

11.30 am
Che bella la vita! Sono venuta a vedere una chiesa Luterana costruita dai tedeschi a inizio 900 e mi son ritrovata a un matrimonio! Le donne sono bellissime nei loro vestiti tradizionali (quelle più grossette), in eleganti vestiti lunghi o in attillati tubini (quelle che se lo possono permettere). Le scarpe rosse vanno di moda direi.E io me ne sto a spiare da un angolino ombreggiato insieme agli autisti.
11.45 giuro che mi sono messa a piangere mentre la sposa camminava verso la chiesa, accompagnata dalla banda e dalle donne che le ballavano intorno lanciando urletti tipo “trrrriiihhhh” come boh, forse Speedy Gonzales? Che gioia.
14.00 Sono al Coco Beach. Un locale lungo la spiaggia un po’ a nord di Dar Es Salaam che nei week end si riempie di gente che viene a fare il bagno (maschi e femmine con i vestiti addosso) su delle ciambelle nere.  Spiedini con patatine fritte per pranzo. Yummy!
Ho conosciuto Rashid. Simpatico. Forse perché è uno dei pochi finora che non mi ha approcciato solo per offrirsi come guida. Viene da un villaggio vicino al Lago Tanganyka, sud-ovest del paese.  Ha cercato di insegnarmi un po’ di swahili ma sono troppo dura, non ce la farò mai. Ancora sono ferma al mio mambo-poha 🙁.

Tanzania – Episode 2: Dar Es Salaam

MAMBO! E “Poha” devo rispondere io. Che non ho ancora ben capito cosa voglia dire.
Eccoci. La capitale. La maggior parte della gente che visita la Tanzania la evita. Perché volano direttamente all’aereoporto di Kilimanjaro o a Zanzibar. Io ci sono arrivata alle 6 stamattina, dopo una notte prevedibilmente piuttosto insonne. Il passaggio della dogana e le formalità per il visto son stati più facili del previsto. 50 USD per il visto, alla faccia del consolato a Milano che voleva farmi spendere 100 euro per prenderlo in anticipo (65 per il visto più 30 abbondanti per il treno).
All’uscita dall’aereoporto un taxista mi fa che è impossibile per me prendere un autobus fino al centro città. Perché la gente a quell’ora (erano le 6.45 circa) va al lavoro, i dalla-dalla (bus locali) sono strapieni e io con i miei zaini non ci salirò mai. Mi ha offerto di portarmici per “soli” 20 dollari americani. Ovviamente non gli credo e cortesemente rifiuto. Mi avvio verso la fermata dei bus. Una cinquantina di persone è lì che aspetta. Nessun problema, ho tutta la giornata davanti a me. In effetti i mini-bus che arrivano sono strapieni e per qualche mistero della fede riescono a far salire 2-3 degli sfigati che stanno aspettando con me. Ma io con i miei zaini effettivamente non riuscirò mai a infilarmici. Ok. Non demordo. Magari fra mezz’oretta ci sarà meno gente, mi ripeto. Intanto osservo la gente intorno a me e  me ne innamoro. Ragazzi che portano una dozzina di confezioni di uova pericolosamente in equilibrio sul retro della loro bici. Sguardi incuriositi e sorrisi timidi. Qualche autista di dalla-dalla scuote la testa sconsolato come a dire “dove pensa di andare questa povera qua?”. Una ragazza con gli occhi storti mi urla “welcome to tanzania!” e io mi sento la persona più fortunata del mondo. Dopo più di un’ora che aspetto e osservo vedo che poco prima della fermata degli autobus c’è un gruppetto di persone che quando si ferma una macchina bianca ci si fionda dentro. Sarà un taxi condiviso? Mi chiedo. E sì. E dopo 5 minuti sono anch’io su un taxi che per 2000 Tsh mancia inclusa (circa 1 euro) mi porta in centro città. Alle 9 sono al mio alberghetto. Sonnellino di un’oretta. Doccia. Esco.
Subito mi viene presentato un tipo che mi dovrebbe aiutare a organizzare un safari. Non son partita con l’idea di fare un safari, ma sarà come fare trekking in Nepal,  che non si può stare in Tanzania e non andare a vedere i coccodrilli? Comunque non organizzerò da qua nessun safari. Magari vado ad Arusha e vedo lì se trovo qualcosa. Sono ancora troppo stanca per pensarci.
In giro per le strade di Dar es Salaam sembra di stare in India, solo senza clacson. Una giungla di macchine, che girano senza regole, e il povero pedone che deve tentare la fortuna ogni volta che attraversa la strada. I marciapiedi sono occupati da venditori di ogni tipo, lustrascarpe e gente che si gode l’ombra. Il sole fa caldo, ma all’ombra si sta benissimo, tira una brezza fresca. Probabilmente grazie alla vicinanza all’oceano. Preoccupazione numero 1: trovare un caffè decente. Il posto consigliato dalla Lonely Planet è chiuso, quindi giro un po’ a caso. Non trovo niente. Comincia anche a venirmi fame ma l’unico posto che trovo è un ristorante all’aperto, dove si può mangiare a buffet carne cotta sul barbeque per Tsh 18.000, circa 9 euro. Troppo troppo per me. Magari ci tornerò per una bibita, perché sembra proprio piacevole, fresco e rilassante, in questa città dove è così difficile trovare bar e simili. Continuo la ricerca. Passo vicino a un tempio indu e vari ristoranti indiani. Mi sembra di riconoscere tanti indiani tra la gente che cammina per le strade. Ma mi rifiuto di mangiare indiano in Tanzania! Alla fine per non rischiare di morir di fame mi prendo un panetto con il formaggio in una pasticceria. Ok, non sarà molto africano, ma è giusto per tirare avanti.
Torno all’albergo a farmi un altro sonetto. Un’ora non mi basta questa volta. Alle 4.20 mi sforzo di tirarmi su dal letto. Esco e mi infilo in un ristorante proprio dietro l’angolo!  E poco più in là c’è un chioschetto che vende kebab. Ma dov’erano prima? Comunque mi bevo il mio caffettino (devo ricordarmi di non chiederlo più “macchiato” perché lo fanno come in India, sciolgono il caffè solubile direttamente nel latte caldo, non nell’acqua) mentre leggo un po’ la guida e cerco di capire cosa voglio fare. Sono circondata da tanzaniani di ceto medio che mangiano pollo cotto alla griglia con riso e verdure varie. Sembra appetitoso. 8500 tsh costa. Circa 4 euro.
Il mio caffè dura un’oretta. Nel frattempo mi è venuto il mal di testa per la stanchezza. Vado in un negozio di telefonia e mi compro un modem per collegarmi a internet. In una farmacia prendo lo spray per le zanzare (per evitare di prendermi la malaria). E girovago ancora per la città. Finalmente tiro fuori la macchina fotografica e comincio a far foto. Uomini che giocano a dama sul marciapiede su un pezzo di carta disegnato e con tappi di bottiglia di due colori diversi. Un tipo che trasporta bottiglie di plastica su una bici. Scarpe di varie misure e stili in esposizione lungo un marciapiede. Ed è tutto un “mambo-jambo” e io “poha” e loro sorridono e continuano a parlarmi in Swahili e io provo a spiegare che giusto quella parola so dire…
Ci sono dei ragazzi che camminano per la strada offrendo su di un piatto di vimini la loro mercanzia: sigarette, caramelle, ciunghe, uova ricoperte di sale (saranno le stesse uova che ho visto stamattina?). Per far sapere che sono nei paraggi fanno tintinnare una fila di monete che tengono in mano. La gente fa dei versi, tipo uccellini o non so che. Subito vanitosamente pensavo fossero diretti a me, invece li fanno un po’ perché magari se sono in bici fanno scansare i pedoni, un po’ perché hanno qualcosa da vendere e  molti per abitudine.
18h50 La città si trasforma quando cala la notte. Si accendono fuochi e all’improvviso appaiono tavolini e sedie sui marciapiedi e via con i barbeque di pollo e spiedini vari! Io  mi fermo a prendere il kebab che ho visto qualche ora prima, al costo di 2 euro circa. Prezzo evidentemente turistico, perché sicuramente il tanzaniano che vive per strada non li paga quei soldi lì. E poi per digerirlo mi vado a bere una coca cola in un ristorantino (indiano, mio malgrado). Ci sono 8 camerieri per 3 tavolini occupati (dei quali uno mio, che sto solo bevendo una coca). Anche l’albergo dove dormo sembra abbia un sacco di aiutanti, pur non essendo per niente affollato. Probabilmente questo genere di collaboratori costano talmente poco che averne uno in più o uno in meno non cambia molto.
Alla fine ho deciso di andarci ad Arusha. Spero di trovare un gruppo di safaristi a cui aggiungermi. Vabbè, seguo le orde e vado nella zona più turistica del Paese, ma con la bassa stagione rischio di non trovare nessuno nei parchi a sud e di dover pagare una follia perché mi tocca pagarmi una 4×4 tutta per me.
Una volta a scuola mi insegnarono che ci vuole anche una bella conclusione a un tema. Questa regola vale anche per i blog? perché io avrei finito per oggi. Notte.

Tanzania – Episode 1: Airports

Malpensa,  ore 12.20
Il viaggio è iniziato all’insegna del lusso. Freccia Bianca da Vicenza a Milano. Malpensa Express fino all’aereoporto. E una volta dentro negozi di Nike, Chanel, Armani, gioielli Pandora, Ermenegildo Zegna. Ero abituata a Stansted con i suoi Accessorize e dvd da 3 sterline. Là sì che compravo qualcosa ogni volta. E quel che è peggio neanche uno Starbucks qui!! Tristezza. Mi son dovuta prendere un acquoso caffè americano a 1.50€ (piuttosto costosa l’acqua calda qua).
Dopo il controllo bagagli mi sono fermata a guardare gli schermi delle partenze. Tel Aviv. Madrid. New York. Moscow. Shanghai. London. Tirana. St. Petersburg. Bilbao. Oslo. Istanbul. Belgrade. Bangkok. Minsk. Sofia. Doha. Riyahd. Casablanca. Sao Paulo. Cairo. Finalmente il mio. Ma c’è un posto dove non mi piacerebbe andare? Mi incanto sempre a leggere le destinazioni dei voli negli aereoporti. È come leggere una fabia che posso far finire come voglio io.
Ho in tasca una batteria in avanzato stato di decomposizione. L’ho tolta all’mp3 stamattina e mi son scordata di buttarla. Così me la porterò dietro per l’intero viaggio. Non posso certo lasciare in Tanzania i miei rifiuti italiani!!!
Nello zaino ho trovato anche una pallina che avevo preso per Cagliostro. Mi ero dimenticata di essermela portata dietro per avere sempre qualcosa di lui con me J
Il Cairo, ore 18.30
Il sole splende sopra Il Cairo. Ma solo chi arriva in aereo lo sa. Perché da qui non si vede. La città è avvolta da una nube di … umidità? Inquinamento? Forse solo sabbia. C’è sabbia ovunque. Immagino che i bambini anziché giocare a pallone nei parchi costruiscano castelli in spiaggia. Tra le due corsie di una larga strada anziché la siepe c’è una striscia di sabbia.
In aereoporto un aereo in disuso. Lo tengono per avere dei pezzi di ricambio in caso di bisogno?
Lo stewart  ha versato un po’ del mio succo sui pantaloni del mio vicino. Nessun problema, come se niente fosse. Io mi sono arrangiata con il condimento dell’insalata. Un po’ sui pantaloni  e un bel gocciolone sulla maglietta, bello in vista. Anch’io non mi preoccupo più di tanto. La polvere della Tanzania coprirà le macchie.
Il Cairo, un grande aereoporto internazionale in Africa. Mi piacerebbe stare a guardare la gente che passa, ma è un po’ dispersivo e sembra quasi deserto. Due italiane sono dirette a Nairobi. Dev’essere pieno di italiani il Kenya. Ci devo andare un giorno.
19h30 ed è notte fonda fuori. Siamo allo stesso fuso dell’Italia e più vicini all’equatore. Un signore 4 sedili più in là sta recitando versi del Corano. È bello questo aspetto della loro religione, che non si fanno problemi a mettersi a pregare in mezzo alla gente. Spero di non distrarlo dalla sua preghiera con la mia bellezza…
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