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Castelli di paglia

Castelli di paglia

Riflessioni dal Parco Nazionale Bardia

Mi sto dondolando su una meravigliosa amaca, in questa lodge spartana ma accogliente al Parco Nazionale di Bardia. Adoro le amache. Ne ho una a casa, che mi hanno regalato le mie amiche di Bologna per la mia laurea. Uno dei regali più azzeccati. Comincia a fare buio e le zanzare sono in piena attività. Domattina si parte alle 6 per … Tansen? Boh, un posto. Ho deciso di tornare verso Est, per entrare in India via Darjeeling.
Oggi è stata una giornata un po’ storta. Sarà che non avevo niente da fare. O più probabilmente perché ho passato due ore a lavarmi delle cose a mano. E io odio fare il bucato. Penso che la lavatrice sia stata l’invenzione del secolo. Non mi serve la lavastoviglie, mi piace lavare i piatti, ma senza lavatrice non potrei stare. Ho deciso che è l’ultima volta che mi lavo i pantaloni a mano. E pure le magliette bianche. Cattiva idea quella di portarmi magliette bianche. Quelle colorate se anche non son lavate benissimo non si vede. Beh, non ne ho più di bianche ormai. Son sul giallo-marroncino.
Anyway. Oggi per la prima volta insomma mi è venuta voglia di casa. Di avere una lavatrice penso. E un muro giallo su cui appendere le mie foto. E potermi fare un tè quando ne ho voglia e avere cioccolata a volontà.
Ma poi mi son messa a leggere la Lonely Planet e l’idea dei posti che vedrò nei prossimi giorni mi elettrizza. Quindi di nuovo sto pensando a cosa fare per poter viaggiare più a lungo. Non che mi stiano per finire i soldi, ma vorrei poter guadagnare qualcosa mentre sono in giro. Magari mi trovo un lavoro in India. Oppure torno in Nepal, dove in 20 giorni mi hanno offerto due lavori. E chiederò ai miei di venire a trovarmi a Varanasi se mi vogliono vedere a Natale.
Oggi pomeriggio sono stata a fare una passeggiata per il villaggio. La cosa più interessante è stato vedere delle ragazze che pescavano nel fiume. “NEL” proprio, nel senso che erano dentro l’acqua. Vestite. Con delle reti. E ogni pesciolino minuscolo che beccavano lo mettevano in un vaso che avevano in testa. Forte!donne pescano al Bardia national park
La scorsa notte mi son svegliata che mi pioveva in faccia. C’era un bel temporale, che normalmente adoro ascoltare dalla mia camera. Non so se l’acqua entrasse dalla finestra senza vetri o dal tetto di paglia?
Ok, corro ai ripari. Ste zanzare hanno più fame di me!

Un altro giro di giostra- riflessioni dal tetto del bus

Un altro giro di giostra- riflessioni dal tetto del bus

Quando viaggiare è un toccasana per il proprio benessere

08Oct 10.20hrs

Ieri abbiamo preso il bus che da Pokhara porta ad Ambassa, vicino al Bardia National Park. Nonostante avessimo dei sedili prenotati, io ho deciso di salire sul tetto perché dentro faceva troppo caldo e l’affollamento mi innervosisce. La prima ora ero sola. Wow. Uno di quei momenti in cui ti senti proprio a posto. Ero felice, mi sentivo LIBERA come mai prima. Serena e spensierata. Pensavo che sarei potuta morire lì, che non sarebbe importato perché sarei morta felice. Stesso pensiero che avevo in Tibet o durante la mia prima immersione, in Thailandia.

Ascoltavo la mia musica e cantavo a squarciagola al vento, l’unico che potesse sentirmi. “Ninna Nanna” dei Modena City Ramblers, la colonna sonora di tutti i viaggiatori. “Amico” di Renato Zero, e pensavo a Paola. E Yankelee nel Ghetto, Negramaro, Morricone. Pensavo alla gente che è a casa. Ai miei genitori, che aspettano con impazienza il mio ritorno; a mio fratello, che si preoccupa per me (???), i miei cuginetti, i miei amici.

Probabilmente molti di voi pensano che io stia perdendo soldi e tempo, che dovrei mettere la testa a posto, trovare un lavoro e tutto il resto (innominabile). Ma viaggiare mi dà una soddisfazione che poche altre cose mi danno. E questo è quello che mi va di fare ora. E penso che  la gente dovrebbe fare quello che si sente, se non fa del male ad altri. Quindi ecco.

Trovo interessante come il destino riservi per ognuno di noi vite diverse. Io sono qui, per la strada, raramente dormo sullo stesso letto per due notti di seguito, non mangio pasta e non bevo un espresso da 2 mesi, festeggerò il mio compleanno da sola, ma sono felice. Incontro un sacco di gente interessante, altri viaggiatori con mille storie da raccontare (quando non le sento troppo spesso son piacevoli da ascoltare), gente locale con i loro bei sorrisi. E vedo posti nuovi. Risaie, un’infinità di templi, tigri, coreani che cantano in italiano sotto la luna…

Dopo un’ora o due alcuni ragazzi sono saliti sul tetto del bus, interrompendo le mie riflessioni. Quando ci sono dei posti di controllo da parte della polizia la gente locale deve scendere, solo i turisti sono ammessi sul tetto. Non so perché. Forse perché a loro non interessa se qualche straniero salta giù dal tetto? Boh.

Pensavo di sedermi dentro per la notte, ma si stava così bene e c’era così tanta gente (verso le 22.00 saremo stati in una ventina là sopra) che ho deciso di restarmene sul tetto fino alla fine. Si stava bene (anche se mi fa ancora male il sedere), a parte il vento quando quel pazzo furioso dell’autista premeva sull’acceleratore in discesa. Un tipo ci ha prestato la sua coperta dell’esercito (a me e Tanja, una finlandese conosciuta sull’Annapurna, che è venuta a Bardia con me e Hilde). A un certo punto ci siamo fermati per far passare un camion proveniente dall’altra parte e la ruota ha cominciato a fare un mega fischio. Un’oretta circa per cambiarla. Alla fine anziché alle 4 di mattina, siamo arrivati alle 7. Beh dai, non male.

Tutto bene finché ho scoperto di aver perso il mio portamonete durante la notte. Con dentro qualcosa tipo 5 euro in moneta, la mia carta studente dell’Università di Bologna (che avrei dovuto restituire 6 anni fa), una carta con 3 euro di credito per prendere il bus a Dubai, un bancomat di un conto inglese in cui ho 300 pounds circa, e due coralli (falsi) comprati a Lhasa. Non so se qualcuno sia riuscito a usare il bancomat (magari in internet). Non ho potuto bloccarlo perché non ho il numero di telefono e qui non ho internet per controllare.

Dopo 24 ore di angoscia sono giunta alla conclusione che nel peggiore dei casi ho aiutato qualcuno che ne ha più bisogno di me. Che ci posso fare? Son troppo generosa! Strano comunque, perché son piena di amuleti portafortuna, comprati tra Cina, Tibet e Nepal. Non so come sia potuto accadere. Vabbè. Forse è perché avevo comprato un altro portamonete qualche giorno prima, in Pokhara, e non mi volevo decidere a cambiarlo… Il destino ancora una volta ha deciso per me.

Colazione dal Buddha che ride

Colazione dal Buddha che ride

C’è questo ristorante in Pokhara, meta preferita dei backpackers che passano per questa città. Il Lakeside di Pokhara è molto turistico e occidentalizzato, come ho già detto, una via piena di ristoranti che offrono cibo da tutto il mondo, dalle lasagne (anche se a volte scritte “lasange” o in mille altri modi) alla bistecca con le patate fritte. E tutto a prezzi occidentali. Quindi non molto buoni per chi sta viaggiando per mesi in giro per l’Asia (non mi riferisco particolarmente a me, visto che io sono una di quelli che sta facendo il viaggio più breve tra le persone che ho incontrato). (Una formichina minuscola continua a girare intorno al bordo del bicchiere con il mio masala tea (che ho cominciato ad amare) e non riesco a beccarla, troppo piccola e veloce.)

Tra questa lunga lista di ristoranti occidentali ci sono delle eccezioni. Una di queste è appunto il “Laughing Buddha”. Ristorantino con 5 tavolini, a conduzione familiare. La ragazzina, 15 anni, che parla un ottimo inglese, la sera lavora fino alle 23 circa, facendo i compiti durante i momenti di tranquillità, alle 6 si sveglia per servire le colazioni e alle 9.30 si fa le trecce, mette il nastro rosso e va a scuola (le ragazzine devono mettersi sti nastri rossi tra i capelli quando vanno a scuola, fa parte della divisa, non so perché. E niente braccialetti). Quando finisce alle 4pm torna ad aiutare i genitori.

Beh, questo posto è fenomenale perché oltre ad avere simpatici gestori, il cibo costa poco ed è delizioso. Adoro fare colazione lì. Stamattina mi son fatta una “heavy breakfast” a base di porridge (che prima di andare a Londra neanche sapevo cosa fosse, ora lo adoro), due fette di pane tostato, burro e marmellata, due uova (sode, fritte o sbattute, a scelta), patate al forno con peperoni e cipolla, caffè o tè. Il tutto a 95 centesimi di euro. 70 centesimi per la colazione “semplice”, senza il porridge. Beh, ogni giorno non vedo l’ora di svegliarmi per andare là. A volte ci andiamo anche per cena, e ieri sera la mamma del locale era un po’ demoralizzata perché lamentava che negli ultimi giorni non avevano avuto abbastanza clienti. Mi dispiace cavoli, perché a quei prezzi e a quella qualità dovrebbero essere sempre pieni! – Una bimba si è messa a schiacciare pulsanti sulla mia tastiera. Con il suo pigiamino giallo, infradito rosse lunghe 3 centimetri e due anelli d’argento attorno alle caviglie (deve avere qualcosa come 2 anni). Insomma ecco. Mi sento come se dovessi andare là a colazione pranzo e cena. E in effetti il cibo è così buono e costa così poco che potrei mangiare ogni due ore. Ma so che la mamma mi sgriderebbe, quindi cerco di trattenermi.

Ci sono anche altri ristorantini altrettanto carini, ma mi sono affezionata alla famiglia, quindi quando posso ci torno (quando il ragazzo olandese ci ha parlato di questo posto per la prima volta, gli chiesi perché cenasse sempre allo stesso posto, con tutte le opzioni che ci sono. Ora capisco). Stasera però per esempio tutti e 5 i tavolini erano occupati, così con una ragazza finlandese conosciuta sull’Annapurna Base Camp (Hilde era a letto col mal di pancia) siamo andate in un altro posticino. Vicino al lago. C’ero stata ieri per pranzo con Hilde. Bellissimo posto. Con tavolini di plastica affacciati al lago. Mi ha fatto venire voglia di avere una casa sul mare. Non sulla Riviera Adriatica però. Da qualche parte con scogli e onde alte. Esiste un posto così in Italia o me ne devo andare in Cornovaglia?

Beh ecco. Il punto a cui volevo arrivare è che mi chiedo come sia possibile che sti ristoranti occidentali che costano un sacco (cioè, che costano come in Europa) siano sempre così affollati mentre sti ristorantini locali con prezzi stracciati fanno fatica a tirare avanti? Magari la preoccupazione di ieri sera della signora del Laughing Buddha era esagerata, però in effetti questa è la loro alta stagione e non è che c’hanno poi tanti clienti, solo tra le 7 e 8pm si riempiono. Ma con gente che spende 1-1.30 euro per una cena… Beh, probabilmente cambierebbero lavoro se non andasse bene. Ma quali altri possibilità hanno qua? Boh. Per quanto mi riguarda, io faccio del mio meglio per mangiare e spendere più che posso (giusto per aiutare l’economia locale, come mi ha insegnato Pietro, mica per altro!).

Domani ore 13.30 abbiamo il bus (14 ore) per Bardia, un Parco Nazionale. Saremo in grado di vedere una tigre? Emozione. E domani Lee arriva a Pokhara. Peccato, non riuscirò a incontrarlo.

Mi chiedo se la formichina se n’è andata viva o se è finita a bollire nel tè che ho bevuto…

Tibetani in esilio

Tibetani in esilio

Ho appena comprato un braccialetto e una collanina da una rifugiata tibetana. Ci sono campi/villaggi per profughi tibetani vicino a Pokhara, che intendo visitare domani. Dopo la repressione da parte della Cina della rivolta del 1959, molti tibetani, compreso il Dalai Lama, la loro guida spirituale, hanno dovuto lasciare la loro patria. Sono dispersi in tutto il mondo, ma molti stanno in Nepal, altri a Dharamsala, nel nord dell’India (dove anche il Dalai Lama vive).
Io non è che avessi bisogno di altri braccialetti, i miei polsi son già piuttosto affollati, e non erano neanche tanto economici, rispetto alla media nepalese, ma è un modo per aiutarli. Da T3 o Accessorize comunque un braccialetto costerebbe di più, e questi almeno so che sono stati fatti a mano con pazienza e cura e so di aver aiutato qualcuno a sfamarsi.
Se solo avessi più soldi comprerei regali per tutti … (= si accettano donazioni) 😉
Magari quando sarò ricca tornerò qui e farò una bella spesa, ok?
ciao

Saluti e baci da Pokhara

Saluti e baci da Pokhara

Oggi sono stata a fare un giro nella “old town” di Pokhara. Son partita da qua verso mezzogiorno.
La mia giornata era cominciata male. Con uno zaino strappato, uno scarpone rotto, persa la spazzola, nostalgia. Son partita sotto il sole cocente (beh, perlomeno così sembrava a me), la città vecchia molto più distante di quanto sembrava dalla cartina.
A un certo punto la fortuna ha cominciato a girare. Ho trovato sto ristorantino dove mi hanno dato un piattino di patate al forno, piccanti, per 20 centesimi. Niente caffè purtroppo, ne avevo bisogno. Dopo poco un posticino dove un tipo ha aggiustato lo scarpone della mamma per 25 centesimi, lavorando con tanta cura e attenzione certosina che mi ha sorpreso (io avrei messo un po’ di colla alla bona, come si dice dalle mie parti). Come nuovo ora!
Più avanti ho trovato una “german bakery” (non so perché qua vadano di moda le pasticcerie tedesche?) dove ho finalmente potuto bermi il mio caffettino (sempre nescafè, comincio a sentire la mancanza della mia moka. Magari me la faccio spedire?) accompagnato da una bella fetta di semifreddo al cioccolato! Oh wow, questo mi ha proprio cambiato il morale. Dopo un po’ camminando per strada mi son fermata a guardare dei tipi che giocavano a “snake and ladder”, serpente e scala a pioli. Mi hanno invitata a giocare con loro. Ho vinto (si dice che chi è fortunato in gioco non è fortunato in amore… sic).
In un negozio di musica ho comprato un flauto traverso (che non so suonare) a 60 centesimi. Devo imparare. Non deve fare la fine dell’armonica. C’erano anche quei tamburi bellissimi tipo quello che suonavano i porters l’ultima notte del trekking. Peccato che non abbia posto per portarmene uno nello zaino.
Cammino cammino e la gente comincia a chiamarmi da tutte le parti: “hello”, “hello tourist”, “namaste”! A un certo punto bimbi ed adulti cominciano a chiedermi di scattare loro delle foto. Ero un po’ dubbiosa, perché nei paesi poveri la gente o rifiuta di farsi fotografare, o, se accetta, vuole dei soldi in cambio. Questi invece non volevano niente! Solo il piacere di vedersi per qualche secondo nel display della mia Nikon. Beh, naturalmente io son stata più che contenta.
Cammino vicino a delle ragazze che stanno facendo merenda (erano le 5pm circa) e mi offrono una fetta di arancia inzuppata in una salsa piccante, seguita da una sorsata di panna dolce. Io ovviamente accetto. Due volte. Buonissimo! Probabilmente tra due giorni avrò il cagotto, ma ne è valsa la pena.

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Mi fermo a scrivere un po’ nel mio diario e una vecchietta si ferma a spiare. Che tipa! Le ho chiesto se potevo scattarle qualche foto, ha accettato, e si è anche tolta il cesto dalla testa per farsi bella. Poco dopo un’altra signora mi chiede di fare una foto alla sua casa (che era decente, rispetto al resto delle case, probabilmente ne andava orgogliosa?).
Insomma, camminavo per questa zona un po’ degradata della città (dove sta la mia guest house, il lakeside, è una zona turistica, molto pulita e in ordine, occidentalizzata, si può perfino trovare bistecca con patate fritte!), che a prima vista intimorisce, e invece ho trovato un’accoglienza incredibile!
Sulla via del ritorno ancora richieste di scatti fotografici, e una sfida a ping pong (sul marciapiede, in mancanza di un tavolino). Ho perso 11-5 stavolta.
Così una giornata cominciata male si è trasformata in una bellissima esperienza. E ho pure ritrovato la spazzola! Mi manca solo di aggiustare lo zainetto.
P.S. Sono in un bar a Pokhara, mangiando/bevendo una cosa strana. Panna acida con pepe, cannella e zucchero. Quasi finito e ancora non ho capito se mi è piaciuto.

Kathmandu

Kathmandu

Il secondo giorno a Kathmandu abbiamo noleggiato uno scooter e una moto con Lee. Siamo usciti da Kathmandu e abbiamo guidato fino a Dakshinkali, un tempio induista su una collina. E’ stato bello andare in giro in moto. Finalmente un po’ di aria fresca. Sfortunatamente era domenica. Perché il tempio è dedicato a Kali, una dea assetata di sangue, e il sabato si può assistere ad una processione in cui galline, anatre, capre e maiali vengono offerti alla dea, uccisi e scuoiati lì e poi cotti alla griglia. Sembra interessante. Anche se si è vegetariani. E’ comunque una tradizione importante per loro.

Dakshinkali temple in Kathmandu
Dakshinkali temple in Kathmandu

Tornati a Kathmandu corpi e vestiti erano coperti di polvere e inquinamento. Beh, mi ci sto abituando. E’ lo stesso quando si viaggia in autobus, con i finestrini sempre aperti (perché ovviamente non esiste l’aria condizionata). La sera ci siamo trovati con J, e Lee ha portato all’appuntamento due vecchie conoscenze, due messicani un po’ strani che avevamo conosciuto a Chengdu, China. 19 anni, stanno viaggiando per 6 mesi prima di cominciare l’università. Uno parla giapponese e cinese, oltre ad un inglese perfetto ovviamente. L’altro è un esperto nel preparare le macedonie di frutta, tagliando banane, papaya, mango e dragon fruit con l’attenzione certosina di un intagliatore.

Lunedì siamo andati tutti insieme a fare rafting sul Trisuli, un fiume che va da Pokhara a Kathmandu. E’ stato piuttosto noioso. Avevo già fatto rafting in Cile da qualche parte, e ricordo che per tutto il tempo avevo paura di cadere in acqua, tra le forti correnti e le rocce. Le due ore sul Trisuli sembravano non finire mai. Sembrava più una crociera che un rafting. Potevamo quasi giocare a carte. Ogni tanto c’era un momento avvincente, con grosse onde che ci coprivano, ma durava poco. Comunque a quanto pare ho bevuto abbastanza acqua del fiume da farmi venire un po’ di cagarella. Quindi martedì non ho fatto niente, relax.

Mercoledì già mi era passato e Hilde e io siamo andate a Swayambhunath, il tempio delle scimmie. Su una collinetta, è sia buddista che induista. Lungo la scalinata per arrivare al tempio ci sono orde di scimmie che ti camminano attorno e sopra la testa (sulle piante, e bisogna anche sperare che non ti piscino in testa!). Erano bruttine, ma meno spaventose di quelle del Monte Emei, vicino a Chengdu. Là erano molto più grandi con la faccia di un vecchio cattivo, e attaccavano i turisti. A Swayambhunath stavano tra di loro a coccolarsi e spulciarsi. Erano quasi carine.

Swayambhunath, monkeys temple in Kathmandu
Swayambhunath, monkeys temple in Kathmandu

Mentre eravamo a Swayambhunath a leggere la Lonely Planet, un paio di bambini si sono seduti vicino a noi. Avranno avuto 5 anni. Volevano una rupia o due. Poco dopo altri due ragazzi sui 14 anni si sono avvicinati, e ci hanno chiesto se avevamo una rupia per i ragazzini più piccoli. Chiaramente quelli più piccoli lavoravano sotto la protezione e il controllo di quelli più grandi.

Non mi aspettavo questa brutta situazione per i ragazzi in Nepal. Vicino al Thamel c’è una zona dove durante il giorno i ragazzini dormono per terra. La notte sono in giro a spacciare e fare altri loschi lavori. Con le prime luci del giorno sniffano colla fino a stordirsi. Fanno una gran pena. Ci sono organizzazioni che li potrebbero accogliere, ma probabilmente preferiscono la loro indipendenza, per quanto misera.

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Beh, dopo il tempio delle scimmie siamo andate a Durbar Square (Durbar significa palazzo in nepalese). E’ la principale piazza di Kathmandu, piena di templi e palazzi interessanti. Altre Durbar Squares interessanti sono a Patan e Bhaktapur. Quel giorno a Kathmandu c’era un festival importante, l’Indra Jatra. Indra era un dio ariano della pioggia, che era stato arrestato a Kathmandu mentre rubava un fiore per la madre. Durante la festa un tizio con un’immensa parrucca rossa che impersonava Indra correva di qua e di là per la piazza per scappare dalla massa di gente che lo doveva catturare.

Celebrating Indra Jatra in Kathmandu.
Celebrating Indra Jatra in Kathmandu

Nel frattempo una lunga processione di macchine di vari ambasciatori arrivava al palazzo reale per assistere allo spettacolo da un bel terrazzo. Ho pure visto il presidente del Nepal, anche se non so quale fosse fra i tanti. A un certo punto Kumar Devi, una ragazzina impubere che è una dea vivente (fino al suo primo ciclo, poi un’altra ragazzina prenderà il suo posto), è stata trasportata su un trono in giro per la città. Kumar Devi non lascia mai la sua abitazione tranne in rare occasioni (tra cui questa) e i suoi piedi non toccano il suolo. Interessante la massa di gente colorata sugli scalini del tempo, venuta ad assistere.

Indra Jatra a Durbar Square di Kathamndu


Per la sera abbiamo deciso di stare sull’economico. Un piatto di spaghetti cinesi a 50 centesimi in uno di quei ristorantini locali (più è sporco e più è saporito, dice Lee) e una bottiglia di vodka al supermercato, da bere sul tetto della nostra guest house.

Quel giorno poi siamo andate a Patan, che ormai è diventata parte di Kathmandu, separata solo da un fiume. Una città antica. Interessante girovagarci e perdersi nel labirinto delle sue vie e passaggi nascosti. Con una bella Durbar Square, che abbiamo visto un po’ velocemente, evitando i personaggi che volevano farci pagare l’entrata di 2 euro (beh, possono anche sembrare pochi 2 euro, ma io ci faccio ben 4 pasti!!).

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E la sera al ritorno a Kathmandu abbiamo cenato in un altro ristorantino locale, in compagnia di due bimbi super simpatici, e poi relax in un locale occidentale con internet dove una sprite è costata 2 volte la mia cena. Addio a Lee. Mi mancherà.

Kathmandu è una città particolare. Un casino per il traffico. Se restavo qualche giorno in più penso che avrei fatto cadere qualche motorista. Non sopportavo più di sentirmi il clacson dritto nei timpani tutto il tempo. E un casino girarci. Ho imparato giusto quelle due vie intorno al Thamel, la zona più turistica, abbastanza per riuscire a tornare alla guest house dove stavo. È piuttosto cara anche, per essere Nepal. Una birra costa quasi 2 euro, per dire. Si trova però cibo per strada a pochi centesimi (e sempre a un prezzo “turistico”, di solito il doppio o un terzo in più rispetto ai locali; cosa che comunque rispetto, visto che pochi nepalesi son fortunati come noi e si possono permettere di viaggiare). Adoro i “momo”, dumplings himalayani; con 30 centesimi te ne danno 10. Buon snack. E ci sono supermercati apposta per turisti, con prodotti occidentali (a prezzi occidentali). Niente succo di frutta per me a Kathmandu, costa troppo.    

Men in Patan
Patan

Templi e statue dappertutto. E “courtyards”, piazzole nascoste all’interno di stradine minuscole, dove si entra solo a piedi, circondate da case. Originali. Riservano le sorprese più belle. Ieri eravamo a Patan, una città antica con una piazza meravigliosa, e girovagando ci intrufolavamo in questi vicoli che portavano a una piazzetta da cui partiva un altro vicoletto che collegava a un’altra e via così. Una sorta di labirinto nascosto alle macchine. Curioso.   La mia compagna di stanza e compagna di viaggio degli ultimi 10 giorni ha il raffreddore e continua a “tirare su” con il naso. Alla cinese. Glielo devo ricordare che siamo in Nepal? Comunque la convivenza sta diventando pesante. Ma ho bisogno di qualcuno con cui fare trekking sui monticelli qua vicini chiamati Himalaya, più qualcuno con cui dividere le spese nel Parco Nazionale e poi posso finalmente tornare sola. Probabilmente anche lei non vede l’ora. Chi mi conosce sa che quando comincio a infastidirmi so essere piuttosto antipatica e insopportabile… C’era invece sto altro compagno di viaggio, un inglese di 28 anni, dal quale non mi sarei mai staccata. Troppo piacevole starci insieme. Una di quelle persone che non parla tanto per parlare, che sa che a volte il silenzio ci può stare, e che quando apre bocca è quasi sempre per dire qualcosa di interessante. O se dice qualcosa di stupido è comunque uno stupido che fa ridere. E non ripetitivo. Ecco. Sto comparandolo a ‘ste altre due tipe con cui ho viaggiato in Tibet. Logorroiche. Scusa se mi metto le cuffie e mi ascolto la mia musica, ma mi serve una pausa.