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Mio papà dev’essere un giardiniere

Mio papà dev’essere un giardiniere

3 Novembre 2010
Mio papà dev’essere un giardiniere.
Mi ha detto qualche ora fa un ragazzino mentre camminavo lungo il Gange. Perché io sembro un fiore. Non male per i suoi 12 anni, eh?
Oggi finalmente dopo 6 giorni che sono a Varanasi sono uscita a visitare la città. Ho passato gli ultimi 5 giorni tra letto e bagno, con sta diarrea che cominciava a preoccuparmi perché non smetteva e io non avevo più fame. Al 4° giorno, con le poche forze rimaste in me (e l’aiuto di un succo di mango che ho vomitato sulla via del ritorno) sono andata da un farmacista che mi ha dato un po’ delle loro pastiglie indiane (mi aveva avvertito Marco che per combattere i mostri indiani ci vogliono medicinali di qui) e una soluzione per reidratarmi (che mi ha risollevato un pochetto subito). Beh, c’e’ di positivo che da 16 anni non avevo la pancia cosi piatta. Oggi per la prima volta dopo tanto tempo ho avuto fame di nuovo. Bella sensazione. Qualche giorno fa’ pensavo che mi sarei dissolta nell’aria senza che nessuno si accorgesse di me. In realtà c’erano altre persone in albergo che si interessavano e chiedevano se potevano fare qualcosa, ma cosa?

Beh, oggi allora sono uscita. Ero uscita la mattina, ma poi il caldo mi ha fatto venire la tachicardia (possibile? O forse semplicemente ero ancora troppo debole) così son tornata in camera a riposarmi. Son uscita di nuovo verso le 3. Sono andata in questi Ghat per cui Varanasi è famosa. Sono dei moli lungo il Gange (che qui si chiama Ganga) dove la gente va a lavarsi e fare le abluzioni mattina e sera soprattutto (che ho visto fare anche a Calcutta), ma in alcuni qui anche cremano i morti. Un effetto strano.

C’è una scalinata che dalla strada porta verso il fiume. Lungo gli scalini c’è la fila di cadaveri che aspettano di essere messi sopra il loro mucchietto di legna, la quantità necessaria per bruciare il corpo. Pensavo facessero anche scivolare il corpo nell’acqua, invece questo non l’ho visto fare. Li lasciano lì.
Poi sono andata ad un altro Ghat, il Dasaswamedh, dove tra le 6.30 e le 7.30 di sera fanno un rituale interessante, con 7 ragazzi che con incensi e candelabri e code di cavallo fanno un po’ di scena. Bello. Molto suggestive le candeline sul Gange nel background. Candeline messe su una foglia ricoperta di fiori, che si fanno trasportare dalla corrente. La mia ha avuto vita breve. Dopo 5 secondi che era in acqua la corda di una barca ci è finita sopra e me l’ha uccisa. Spero che questo non abbia avuto una brutta influenza sul mio buon karma. La ragazzina che mi accompagnava diceva che no, ha rimesso la candelina sulla foglia senza fiori e me l’ha riaccesa. It’s still nice, mi ha detto. Se lo dice lei… Mi ha regalato il suo anellino. Così quando lo guardo penso a lei, Sunita. Carino da parte sua, considerato che ha una ferita al piede che non guarisce perché non ha i soldi per andare dal dottore.
Questa cosa dei bagni in fiume sono frequenti qui. Beh, sia il Gange che il fiume di Kolkata (l’Hooghly) sono sacri. Non so se lo siano tutti. Comunque la gente non è che ci vada solo per lavarsi, perché per strada ci sono dei rubinetti con acqua più pulita. Cioe’, meno sporca. È che per loro è come lavarsi con acqua santa. Per me faceva strano, visto che dopo un bagno in uno di questi fiumi super inquinati penso ci vorrebbe una vasca di varecchina, ma evidentemente non tutti la pensiamo allo stesso modo. Una sera mentre ero a Kolkata ho cercato di scrivere nel mio diario quel che vedevo.
17.05 hrs . Baabu Ghat. Acqua giallo-marrone. Rifiuti e corvi. C’è la solita gente di strada che si fa il bagno, ma ci sono anche persone ben vestite che si avvicinano all’acqua, se ne spruzzano un po’ in testa e in viso. Alcune volte la bevono. E poi se ne vanno. Una coppia addirittura si sta portando a casa una tanichetta piena d’acqua. Si insaponano. E poi entrano nell’acqua fangosa. Altro che Sottomarina! Come fanno a bere quest’acqua e non morire? Si lavano pure i denti. Non con lo spazzolino, con le dita. Una donna sta entrando con il suo bel vestito bianco candido. Un tizio in un angolo sta svuotando delle borse piene di spazzatura, direttamente in acqua. Incensi sugli scalini. La tipa in bianco è entrata fino alla testa. Ha strizzato la sciarpa e sciacquato i sandali con l’acqua marrone prima di uscire. E ora? Prenderà il bus tutta bagnata? O ha un’auto da inzuppare? O camminerà per la strada così? Either way, vorrei vederla.
Sono in un ristorantino con due tipi che suonano strumenti classici indiani. Carino. Ho preso Aloo Dam Kashmiri e Mushroom Rice. Patate con curry dolce e riso. Non riesco a finire. Non posso credere che Katty Piazza non riesca a finire la sua cena. Ma forse è meglio non sforzare troppo il mio stomaco per ora.
Domattina vorrei riuscire a svegliarmi alle 5 per prendere una barca lungo il fiume e osservare la gente durante le loro abluzioni mattutine. Vediamo se ci riesco. Nonostante tutto quel che ho dormito in questi ultimi giorni non sono ancora pronta a svegliarmi presto mi sa…
E sono pronta per andarmene a letto. Ore 21.35 circa. Notte.
Incontri anomali a Calcutta

Incontri anomali a Calcutta

I viaggiatori affascinanti che ho avuto la fortuna di incontrare a Calcutta

October 26, 2010

Alla fine ho deciso di stare un po’ più a lungo a Calcutta. Son tornata alla casa di Madre Teresa per altre due mattine e oggi ho comprato un biglietto per Varanasi per giovedì.

Domenica pomeriggio sono stata al Victoria Memorial. È un edificio che ricorda la Casa Bianca, con un bel parco intorno. C’erano delle coppiette che parlavano, solo una abbracciata, un po’ in disparte. Assolutamente niente baci. In India lo scambio di effusioni tra persone di sesso diverso non è visto di buon occhio. Tra amici maschi però sono super affettuosi. Si abbracciano e camminano per strada tenendosi per mano. Un po’ come gli arabi.

Beh, questa città veramente mi piace un casino. Chissà se sarà così in ogni parte dell’India. Pare che Delhi non sia tanto ospitale come Kolkata. Qui la gente veramente è simpatica. Soprattutto nelle zone più povere. Oggi di nuovo mi chiedevano di far foto e volevano parlare con me, sapere da dove vengo e cosa faccio, ma senza secondi fini (di solito è per invitarmi al loro negozio), per pura e semplice curiosità. Sono stata al mercato dei fiori, vicino al fiume. Bellissimo. Vendono corone di fiori, che usano nei templi, da mettere intorno alle statue degli dei. La gente si prestava agli scatti della mia Nikon e un tipo mi ha chiesto con orgoglio di immortalare il suo pancione. Penso sia perché è prova evidente che ha soldi per comprarsi da mangiare, il che in un paese come l’India è un vanto.

Durante una delle mattine passate a lavare tovaglie alla missione di Madre Teresa ho conosciuto una volontaria indiana. Ha circa 40 anni e si considera fortunata perché i suoi genitori le hanno trovato un marito che è nato a Rotterdam e cresciuto a Londra, quindi molto open minded, le ha reso la vita molto facile. Dice che ora le donne vanno all’università e potrebbero sposare chi vogliono. Ma spesso non lo fanno, perché se poi il matrimonio va male si trovano da sole, senza l’appoggio della famiglia. Quindi ancora molti matrimoni sono arrangiati. È stata lei a chiedermi cosa penso della situazione in India. Le ho detto che è stato uno shock per me soprattutto vedere i bambini dormire in strada e le ho chiesto perché il governo non fa qualcosa. Non ci sono tasse? Non ci sono abbastanza ricchi? Mi ha spiegato che non c’è un sistema sociale e sanitario nazionale, così la gente è abbandonata a sé stessa. Le tasse in India esistono e sono piuttosto alte, i più ricchi dovrebbero versare circa il 30% di quel che guadagnano. Il problema è che non lo fanno, l’evasione fiscale è altissima, perché comunque sanno che i soldi finirebbero nelle tasche dei politici. Lei pensa che ci sia bisogno di cambiare la mentalità della gente. Gli indiani non fanno caso alla gente che vive per strada perché sono nati e cresciuti con questo fenomeno, per loro è naturale come da noi è normale trovare un espresso ad ogni angolo. Quindi non si impegnano per cambiare. Lei nel suo piccolo sta cercando di educare durante le sue lezioni di yoga. Grande.

Sara, il gatto nero dell’albergo, è venuta vicino a me. Bellissima. Anch’io voglio un gatto nero. Peccato che poi a letto continuerò a grattarmi gli occhi. Come due sere fa. Due sere fa c’era una festa sul tetto dell’albergo perché era l’ultima notte a Calcutta per alcuni giapponesi (di cui la città è piena!). Ho conosciuto un tipo interessante. Si chiama Peter. Ha circa 65 anni. Capelli grigi e lunghi, barba con un nodo strano a metà lunghezza. Mi ricorda Dalì. È nato in Canada, cresciuto tra Londra e Parigi, da 35 anni vive tra Tokyo e Calcutta. Questa è la sua città preferita al mondo. Dice che comunica più facilmente qui con la gente del posto pur non parlando la stessa lingua che con dei canadesi a Vancouver. Una volta, mentre viveva un po’ fuori città, dove la gente non chiude la porta a chiave e lui era l’unico straniero nei paraggi, si è svegliato una mattina circondato da 8 persone che lo osservavano. Li ha invitati per colazione. Un altro motivo per cui gli piace la città è che ha ospitato 6 milioni di rifugiati. Vero che durante carestie e guerre varie qui sono arrivate persone dal resto del Bengala e dal Kashmir e altre regioni dell’India. Per questo la città è cresciuta velocemente nel giro di un secolo e si è riempita di gente che vive per strada. Peter era pittore e in India ha anche pubblicato un paio di libri (poesie e riflessioni). Da 18 anni ha però un dipinto che non vuole mettersi su tela. Per lui dipingere è una forma di meditazione. Come osservare la natura e gli animali. Vive da 6 mesi in una stanzetta sul tetto dell’albergo, con 7 gatti. Sara è la sua preferita, un po’ selvaggia, sempre in giro. Divide i suoi pasti con i gatti e con i corvi. A quanto pare i corvi di Calcutta son meglio dei corvi di Delhi e di quelli giapponesi. E hanno un senso di solidarietà molto più forte degli uomini. Anziani e malati viaggiano insieme col resto del gruppo, non vengono messi da parte. Molto filosofico, e parla come se stesse recitando dei versi.

Stasera stavo cenando in strada, in uno dei miei posti preferiti qui, e un tipo comincia a chiaccherare. Tom. Polacco. Circa 45 anni direi. O boh, forse di meno o forse di più, perché sembra giovane ma è già in pensione. Ha vissuto 10 anni in India, da 5 sta a Bangkok ma sta pensando di tornare in India. Vero appassionato di cultura indiana. Subito pensavo fosse il solito noioso importunatore, invece si è rivelato un personaggio molto interessante. Mentre eravamo lì che parlavamo un po’ di divinità e miti hindu è arrivato una sua conoscenza, Shasha, al secolo Alexandre Qualcosa. Russo, probabilmente più giovane di me. A 12 anni i suoi genitori l’hanno mandato a studiare a New York, dove ha conosciuto un certo Stefano di Bassano del Grappa. Si trova a Calcutta per 6 mesi per una ricerca economica sulla povertà, su quali sistemi risultano più efficaci per cercare di combatterla. Ha passato un anno e mezzo in Ghana per lo stesso progetto. A quanto pare il microcredito non serve a molto, al contrario di quel che pensavo io. Perché non tutti hanno spirito imprenditoriale, la maggior parte della gente preferisce lavorare per qualcun altro e ricevere uno stipendio mensile, non sono interessati ad avere un finanziamento per iniziare la loro attività. Più efficace e utile è il micro risparmio. Conti correnti dove la gente per quanto povera può mettere anche pochi centesimi, ma che con il tempo fanno la differenza; per gente che non avrebbe i requisiti necessari per aprire un conto in una banca qualunque. E fin qui tutto bene. Dopo un po’ mi sono ritrovata sul terrazzo di un albergo, in un ristorante super posh con il bagno con la carta igienica, dove un caffè costa €0.80 e una portata costa minimo €2 (la mia cena per strada era €0.30). Spettatrice di un dibattito tra un teologo ed uno scienziato-economista. Si è parlato di Einstein e teorie di relatività, dell’elevata conoscenza degli antichi indiani che già 5000 anni fa sapevano a quale angolo una navicella sparata sulla luna dovrebbe tornare sulla Terra senza sfracellarsi (???? Tom voleva suggerire che gli indiani già avevano fatto esperimenti del genere? Shasha ha risposto che potevano averlo dedotto semplicemente osservando le meteoriti? boh, non sono riuscita a seguirli molto bene), del passaggio da una dimensione all’altra (per quanto sia chiaro che ci sono infinite dimensioni, di cui 21 solo riconosciute, il passaggio da una dimensione all’altra è impossibile dal punto di vista scientifico, mentre secondo le teorie indiane l’elemento spirituale può cambiare dimensione – a quanto pare un’anima si potrebbe trovare anche in una particella di fuoco attorno al sole). A un certo punto si son messi a parlare di creazione della materia (Dio? Esplosione?) e lì mi son proprio persa (mentre Shasha si è tutto eccitato quando ci diceva che l’anno scorso hanno scoperto che ci sono 3 creatori di materia o non so come si chiamano, che interagiscono, uno negativo, uno positivo e uno neutro – da cui l’idea per il libro “Angeli e demoni” di Dan Brown). Beh, io non ho aperto bocca, a parte quando Shasha ha preso una pausa dalle loro discussioni teologico-scientifiche per chiedermi che piante da frutto metterei nel mio giardino. -.- Ho fatto un po’ la figura dell’ignorantona, ma non me ne importa, ero affascinata e divertita mentre li osservavo difendere animatamente i loro opposti punti di vista.

E son tornata all’albergo tardissimo, mezzanotte. Ma non ho sonno. Troppi pensieri… Sono già nella seconda metà del mio viaggio.

Ah, mi son sparata un orecchino sul naso oggi. Lo dico già, per evitare sceneggiate e svenimenti in aeroporto. Per ora ho una mega palla di metallo giallo, ma fra una settimana potrò cambiarla con uno di quei bellissimi fiorellini d’oro che le donne indiane si mettono sul naso.

Ragazzi di strada

Ragazzi di strada

27 Ottobre 2010

Stasera ero a cenare al solito ristorantino in strada ed è arrivato Tom, come ieri sera. Parla tanto lui (e a me le persone che parlano troppo fanno venire sonno), però dice delle cose interessanti, così lo ascolto volentieri. Ogni tanto mi perdo, soprattutto quando si dilunga su storie di dei, ma quando ha menzionato white and black magic (si può far star male una persona che ci sta sulle palle o addirittura farla morire per soli € 35!!), che vengono praticati in questa zona, ha attirato la mia attenzione. Abbiamo cominciato a parlare dei ragazzi di strada, dice che molti vengono da Biha, una regione molto povera nel nord dell’India.

Mitun

Mitun per esempio, un ragazzino di 8 anni che lavora alla baracca dove faccio colazione, viene da un villaggio in quella zona. Ha due fratelli e tre sorelle, i suoi genitori non erano in grado di mantenerlo.  I due ragazzi che gestiscono la baracca vengono dallo stesso villaggio, così gli hanno offerto il posto. Lavora dalle 8 di mattina alle 10 di sera, distribuisce chai e colazioni alle persone sedute sulle panchine come me, passa a chiedere chi vuole il bis o tris o quad. Guadagna IR 600 al mese, equivalenti a 9.50 euro circa, più vitto e alloggio (sul pavimento, in una stanza minuscola che divide con i due gestori, ma sempre meglio che in strada). Non è molto, però almeno c’ha da mangiare e di quel che guadagna riesce a risparmiare quasi tutto e a mandare a casa. E soprattutto non pesa sulla famiglia, anzi, li aiuta. Peccato solo che non sappia neanche scrivere il suo nome. Dovrebbe avere il diritto di imparare almeno le basi di bengali e matematica, anche solo per controllare che gli paghino i giusti soldi! Però piuttosto che morire di fame…

Masul

Masul pure viene da quella regione. Ha 25 anni credo o forse 21. Anche lui venuto nella grande città perché la sua famiglia è troppo povera. “Lavora” per una ong che distribuisce medicine a dei tossici vicino al New Market. Fa da interprete. In cambio di qualche ora di lavoro gli danno un pasto. L’ho visto stamattina, dormire sul marciapiede vicino al mio albergo. È un tipo scaltro, si fa capire in inglese (anche se con fatica in realtà) e sa raccontare storie (sui valori della vita e le tante fidanzate che ha avuto… ). Analfabeta pure lui. Dice che fa delle cose di cui non è fiero. Per esempio i suoi genitori non sono contenti del lavoro che fa (forse perché non guadagna? Non ho capito molto bene sta parte) e non ha tempo per pregare. Però fa anche atti buoni dice. Per esempio un giorno ha incontrato per strada una vecchietta che piangeva disperata perché non aveva da mangiare e lui aveva R20 in tasca (0.30€) e gliele ha date. Perché dice che quel che dai, buono o cattivo, ti torna indietro. Buddisti e hindu hanno questa teoria. Che pure io un po’ condivido. O almeno ci spero. È l’unica consolazione quando penso alla mia ex coinquilina che non mi ha ridato £200…

kolkata

Dip

Dip ha pure 20 anni circa. La sua famiglia è originaria di una zona vicino a Kolkata. Lavora in un baracchino dove prendo sempre il succo di limone e frappè di banana con le mie cene e colazioni. Guadagna anche lui una miseria e dorme sul bancone del negozio, che sta fuori di notte. Però almeno ha da mangiare. E sa scrivere il suo nome in Inglese e in Bengali.

Tanta altra gente non so. Ho come la sensazione che alcuni scelgano di vivere in strada perché è facile. Tanto non fa troppo freddo, si possono lavare ai rubinetti pubblici, e con le elemosine che raccolgono riescono anche ad aprirsi un conto in banca, senza fare tanta fatica, senza bisogno di lavorare. Mi dispiace però quando si portano i bambini con loro. I bambini non hanno scelta. Alcune famiglie sono in strada da generazioni. O forse mi sbaglio. Forse non lo fanno volentieri neanche loro. Di certo, io non li invidio comunque. Poi ci sono quelli che anche se volessero non possono lavorare perché hanno malformazioni fisiche e in India non c’è un sistema sociale o di prevenzione o qualsiasi cosa che aiuti le persone non autonome. Tantomeno ci sono strutture… come si dice? Wheelchair friendly, accessibili a disabili. Già è un problema andare in giro per la strada per uno in una sedia a rotelle (in realtà non ce ne sono molte, non se le possono permettere, di solito se non possono camminare sulle gambe si trascinano con le mani e braccia), lavorare sarebbe impossibile.

Non è una situazione facile, ma la gente comune non ci può fare niente, per questo credo ci convivano senza tanti pensieri.

Madre Teresa

Madre Teresa

23 Ottobre 2010

Stamattina sono stata alla Missione di Madre Teresa di Calcutta. Dove viveva e pregava e lavorava ed è morta. Ci sono stata perché 3 delle 4 persone che dividono la camera con me stanno lavorando come volontarie lì. Così stamattina ci sono andata anch’io. Sveglia alle 5.20, perché alle 6 c’era messa. Non obbligatoria, però le mie compagne ci andavano e mi ha fatto comodo andarci insieme. Beh, meglio se non ci andavo sinceramente. La predica era sulla sofferenza, che sembra necessaria per purificarsi dai peccati. Il prete diceva che gli chiedono perché i bambini devono soffrire allora, per i peccati dei genitori? Per peccati commessi in vite precedenti? Non ho capito che risposta abbia dato. Mi sa che non ce l’ha neanche lui una risposta. Una gran caccata cmq. Da sta idea vengono le flagellazioni che si autoimponevano i monaci tempo fa. Che senso ha? Soffrire per salvarsi? Perché c’è l’inferno che ci aspetta di là? E perché uno deve comportarsi bene solo per paura di finire arrostito? Uno lo dovrebbe fare perché è convinto che sia giusto così, non per paura delle conseguenze. Ma và…

Comunque ho appena mangiato una crépe alla banana e cioccolata. Direi che mi sto trattando non male…

Beh, io ci sono andata solo per vedere come funziona sta missione. Mi hanno mandata in un centro che accoglie persone con disabilità, mentali e fisiche. La prima ora mi hanno fatto lavare degli stracci (avranno indagato per scoprire qual è il mio passatempo preferito??), ma non era troppo difficile, dovevo solo risciacquare. Poi mi hanno mandato a lavare il pavimento nella stanza dove dormono. Buttano acqua per terra, con la candeggina, e si lava con la scopa. Poi altre secchiate d’acqua per risciacquare, di nuovo con la scopa. Finalmente ho usato sta scopa asiatica che mi ha sempre incuriosito. Pausa chai e biscotti alle 10am, poi siamo andati nella stanza dove mangiano. Ho aiutato una vecchietta a mangiare il suo riso con il curry e una mela cotta. Mi ricordava le mele cotte che mi cucinava mia nonna. Che cara. Non parlava, così le ho raccontato io un po’ di storie. Quando però ho provato a cantarle qualche canzone ha reagito in modo strano, mi sa che non le piaceva particolarmente, così ho smesso, per paura che si buttasse per terra urlando e dimenandosi per mostrarmi il suo disappunto.

Ora son qui, vicino all’hotel. Più voglia di far niente. Relax meritato. Zanzare all’attacco.  Non so se ci tornerò anche domani. Boh, vediamo come mi sento. Buon sabato sera.

Darjeeling Mail

Darjeeling Mail

Viaggio infinito da Darjeeling a Calcutta

22 Ottobre 2010

Mi piace che i treni abbiano dei nomi. Il mio, numero 2344, si chiamava “Darjeeling Mail”. Bel nome, vero? Son partita ieri mattina alle 10 da Darjeeling, sul Toy Train. 3 ore di noia assoluta! Treno lento da paura. Alla velocità di un uomo in corsa. Anzi, di me in corsa! Un po’ perché passa in mezzo alla gente credo, e un po’ perché in teoria è un treno per godersi il paesaggio? Ma a me faceva solo venire un gran sonno senza tuttavia permettermi di dormire perché fischiava tutto il tempo!

Darjeeling Mail

Sono scesa a Kursong, pranzo con due samosa, cipolle fritte e due altri cosi dolci. Poi jeep fino a Siliguri e rikshò fino a JNP. Sono arrivata a JNP alle 3, il mio treno era alle 8. Così mi son fatta un altro chai tea con dolcetto, ho provato ad andare in bagno (urinatoio = scolo sul pavimento per far scorrere il piscio verso l’uscita, il tutto nel retro di un ristorante, dove tengono la verdura), ma era troppo scivoloso, non riuscivo neanche a stare in equilibrio mentre cercavo di tirarmi giù i pantaloni. C’era un tipo che aggiusta scarpe fuori dalla stazione, così visto che avevo tempo mi sono fermata per incollare gli scarponi. Per la terza volta. Evidentemente hanno bisogno di qualcosa di più che colla.

Mentre i miei scarponi erano impegnati col tipo, io mi son messa a rattoppare i calzini, che avevano ben due buchi su un piede (è che quando si forma un buco sull’alluce cambio piede così non si vede, finché non si forma un nuovo buco, sempre a livello dell’alluce, e allora decido di rammendarli).

Oh, un amazing iced coffee è arrivato per me. Peccato non ci sia internet in questo posto, potrei star qui per ore, con questa bella aria condizionata. Dovrò andare in un internet point a incollare sta pagina sul blog.

Tornando alla stazione di JNP… Mentre lavoravo si è formata una folla intorno a me. Sarà che faceva caldo ma non troppo perché pioveva e io stavo al coperto e tirava una brezza fresca… insomma, stavo proprio bene, e quel gruppo di curiosi non mi infastidiva per niente, mi ha anzi fatto ridere, mi ha messo di buon umore; bello che qualcuno provi tutto sto interesse per te!

Mentre aspettavo ho continuato a leggere “Filth”. Comincia ad appassionarmi. Fa sempre mal di pancia, ma son curiosa di vedere come va a finire. Ho preso un piatto di riso con curry al fast food sul binario, e come al solito non sono riuscita a finire il riso. Due ragazzini che spiavano dalla porta sono entrati e l’hanno finito in due manciate. Che tristezza vedere sti bambini affamati che sono costretti a mangiare gli avanzi. Ce n’erano molti in stazione, sono saliti anche sul treno prima che partisse. L’India non è mica più così povera, possibile che non riescano a fare niente?? Boh.

I miei vicini si son comprati uno spuntino a base di riso soffiato, prezzemolo, cipolla e qualche altra roba che non ho riconosciuto. Frutta secca forse. Poco prima che ci mettessimo tutti a letto è passato un travestito a dare benedizioni, al prezzo di 0.20€. I miei vicini (gli stessi) si son fatti benedire. La mattina è ripassato, con delle altre donne che facevano lo stesso. Ma il viaggio era quasi finito, nessuno più aveva bisogno di benedizioni.

Arrivo a Calcutta

6.40am e già ci sono dei bambini che giocano a cricket fuori dal finestrino.

Siamo arrivati alle 7am a Calcutta (il cui nome indiano è Kolkata), con solo un’ora di ritardo. Non male, considerato che l’australiana è arrivata a Darjeeling su un treno da Varanasi che aveva 17 ore di ritardo! Ancora prima che il treno arrivasse in stazione alcuni tipi sono scesi dal treno e si son messi a camminare sui binari vuoti … normale qua direi.

Beh, uscita dalla stazione mi sono innamorata della città! Ci sono sti taxi giali che mi fanno sentire come se fossi in un film degli anni 40! E gli edifici degradati non fanno che aumentare l’effetto vintage. Ecco, figo.

Kolkata

Ho faticato un po’ a trovare l’albergo, perché la metropolitana non funzionava per qualche motivo, ma tutto ok. Ho una stanza con un sacco di finestre, un bagno che non puzza e con acqua corrente, e un terrazzo dove mi posso lavare i vestiti! Che voglio di più? Perfetto. Ah beh, una tipa stasera mi ha detto che ci sono bed bugs, ma vabbè, faranno un po’ prurito, niente di che.

Così ho lavato un po’ di mutande e una maglietta (non ho lavato tutto perché non mi andava di perdere tutta la giornata, farò un po’ anche domani) e sono uscita. Il mio albergo è in Sudder St, dove si trovano tutte le cheap accomodation per turisti. Ho camminato verso nord, sono passata per il BBD Bagh, una specie di laghetto, circondato da begli edifici coloniali, palme e famiglie che vivono sotto un sacco di plastica.

Sono andata ancora un po’ verso nord, con varie pause per prendere fiato e zuccheri (mi son fermata in un ristorante dove un gentiluomo col berretto mi ha aperto la porta e un caffè mi è costato €0.70!! una fortuna, ma aveva l’aria condizionata .. ed ero l’unica cliente, avevo 3 camerieri al mio servizio, che son stati ad osservarmi per tutta la mezz’ora che son stata lì. In un altro ristorante un paio d’ore più tardi erano in 5 tutti per me, unica cliente di nuovo. Mi aspetto il cagotto ad ogni istante perché continuo a bere bibite a base di ghiaccio, che dovrei evitare, ma ho troppo caldo e sete e sti frappè son troppo buoni). Una crêpe per pranzo. Più bella che buona sinceramente.

Ancora a  nord, e son passata in mezzo a un quartiere specializzato in statue di paglia ricoperte di fango con la forma di una donna con la lingua in fuori, una collana di teste di uomini e un maschietto sotto i piedi. Ho scoperto dopo un po’ passando davanti a un tempietto che è una dea. C’era la stessa statua da adorare. Kali mi sa che è. Mi sembra di aver letto da qualche parte che è rimasta vedova ed era tutta incazzosa, boh.

La gente anche qui mi ferma per farsi fare delle foto. A loro o ai loro negozi o ai loro amici. Solo una volta ho chiesto io di poter fare una foto, a un vecchietto che stava stirando col ferro proprio di ferro, che scaldava sul fuoco. Mi ha anche fatto un bellissimo sorriso. Simpatica la gente qui. Solo un tipo finora è stato un po’ maleducato, ma niente di che. Si è passato la lingua sul labbro superiore mentre mi incrociava per strada.

Beh, mi piace qusta città. Ci sono dei palazzi che sarebbero bellissimi se non stessero cadendo a pezzi. E la gente ancora ci vive. La Lonely Planet dice che i proprietari non hanno interesse a ristrutturare perché gli inquilini pagano R1 (= € 0.16) al mese. Peccato. E fa un po’ strano il contrasto tra gli altri palazzi coloniali rimessi a nuovo, bellissimi, e la gente che dorme per strada. Che mangia per strada. Che si lava per strada. Che fa la cacca per strada. 

Ho scoperto dalla pillola per la malaria che oggi è venerdì. Pensavo fosse giovedì. Quando si viaggia tutti i giorni sono uguali e si perde il conto.

P.S. Sono le 10pm e i marciapiedi son pieni di bimbi nudi, donne e ragazzi che dormono. Oggi pomeriggio son passata davanti ad un albergo di lusso e dalla finestra ho visto indiani pancioni che si rilassavano nella lobby, mica solo stranieri! Sono troppo incazzata! Che facciano pagare un po’ più di tasse a sti pieni di soldi e li distribuiscano, for god’s sake!

Incontri

Incontri

Storie di altri viaggiatori incontrati a Darjeeling

20 Ottobre 2010

Mentre camminavo verso qua pensavo di iniziare sto blog con la frase “Sono seduta sul terrazzo del mio hotel, bevendo caffè e ammirando le colline che si espandono di fronte a me”. Invece son seduta nella living room con altri ospiti, dalla finestra non si vede assolutamente niente perché è salita la solita nebbia densissima, e mi hanno portato del tè anziché caffè.

Vabbè. Ieri ho avuto una mattinata stressantissima. Tutto per la ricerca di un biglietto per Calcutta. Ho cominciato alle 8 di mattina alla stazione del treno (ce n’è uno solo che parte da qui, il Toy Train, in servizio dal 1881, la vera stazione è a 3 ore di macchina in fondo alla valle, o a 7 ore di Toy Train), dove mi avevano detto che non c’era posto fino al 21 di ottobre. Io volevo un biglietto per ieri o max oggi, così ho pensato che magari in internet potevo trovare posto, perché a quanto pare ogni stazione ha un tot di biglietti assegnati, ma il website non funzionava, così dopo un’ora di tentativi sono andata in stazione e ho comprato il biglietto per il 21. Poi ci son tornata di nuovo perché mi ero dimenticata di comprare un biglietto per Kurseong, così provo sto toy train famoso, e da Kurseong posso prendere una jeep per la stazione di NJP. Nel frattempo ero passata anche alle poste perché il pacco che avevo fatto incartare il giorno precedente per qualche strano motivo non poteva partire lo stesso giorno e il tipo dell’incartamento mi aveva chiesto di tornare tra le 9 e le 9.30 della mattina seguente. È arrivato alle 10.30 “Sorry I’m late”. Sì ok, grasie. L’ufficio era aperto alle 9, ma non c’era nessuno. La prima impiegata è arrivata alle 9.15. Il resto della gente tra le 9.30 e le 10. E poi ci lamentiamo dell’Italia…

Darjeeling

Insomma, come mi faceva notare una ragazza australiana ieri sera (da un nome stranissimo che non ho capito), è interessante come le giornate dei viaggiatori siano impegnative quando ci dobbiamo occupare di cose stupide quali comprare un biglietto del treno, andare in posta, ottenere un visto.

Due sere fa mentre stavo cercando di leggere, un sessantenne indiano ha attaccato bottone e non mi mollava più. Aveva anche storie interessanti da raccontare, ma era ubriaco e dopo un paio d’ore ha cominciato a ripetere gli stessi aneddoti e fare le stesse domande. Un ex soldato gurkha, ora in pensione; dice che i gurkha son famosi per i loro rispetto per il superiore, obbedienza, onestà e per essere dei gran combattenti. Ogni tribù ha il suo esercito. Lui è hindu e la moglie era cattolica. Morta 11 anni fa. Non le ha mai perdonato l’attaccamento alla famiglia d’origine, che l’ha rovinata. Si è suicidata per il disonore portato dai fratelli che non sono riusciti a ripagare dei debiti. Ha due figlie che non vede da 5 anni perché se ne sono andate con due uomini. Nella sua cultura il fidanzato deve presentarsi dal padre e chiedere il permesso di frequentare la figlia. Sicuramente c’è molto di più sotto che non mi ha detto, ma mi ha fatto tristezza pover’uomo. Capisco perché si porti sempre dietro una bottiglia di whisky e una di gin (che ha offerto anche a me).

La ragazza australiana, che è in India già da un mese circa, mi raccontava delle ossessioni sessuali degli uomini indiani. Trovano sempre il modo di sfiorarti tette e culo, anche in una stanza vuota. A lei è capitato in treno che il ragazzo che passava a vendere chai tea le facesse dei gesti osceni, e una notte si è svegliata e ha beccato il tipo nella cuccetta di fianco che la guardava mentre si masturbava. Mi ha fatto ridere mentre me lo raccontava, ma dev’essere proprio disgustoso! Mi aveva avvertito Marco che gli uomini qui son dei pervertiti, ma pensavo esagerasse, come sempre quando parla dell’India, che gli è andata per traverso; non pensavo lo fossero fino a questo punto. Mi immaginavo qualcosa tipo arabi del Nord Africa. Tipo sguardi insistenti e sfregamenti, ok. Non così espliciti. La ragazza australiana ha parlato con un’indiana riguardo questo, e lei le ha detto che si comportano così anche con loro. Non fanno così solo con le straniere perché le considerano tutte zoccole, o molto facili. La differenza è che le indiane possono metterli in imbarazzo gridando loro qualcosa in hindi, mentre se un’occidentale grida qualcosa in inglese, non tutti capiscono. Beh, vedremo cosa succederà a me quando scendo dai monti.

Oggi non faccio assolutamente niente ho deciso. Ho scambiato “The forgotten garden” con un libro di Irvine Welsh, “Filth”. Ero curiosa, non ho mai letto niente di questo scrittore. Ma non mi piace. Intanto è scritto nel gergo di Edinburgo (in inglese) che mi risulta un po’ difficile da capire. E poi ste scene crude mi fanno venire il mal di pancia. Lo cambio appena trovo qualcosa di meglio. Mi è dispiaciuto lasciare “The forgotten garden”. Assurdo come mi attacco alle cose.

C’è un ragazzo belga in albergo che ha comprato una moto a 300 euro a Dheli. Ci sta girando l’India. Poi volerà in Cina, dove comprerà un’altra moto da guidare fino all’Europa. Dice che uno straniero non può portare una moto fuori dall’India, perciò deve andare in Cina. Lo devo dire a Lee, che pensava di tornare in Inghilterra in moto da qua (e io pensavo di saltare sul sedile posteriore.. o magari seguirlo sulla mia moto?). Dev’essere un’esperienza incredibile, quella di guidare attraverso tutti sti Paesi.

C’era anche Michelle, sudafricana, ieri sera. Ero affascinata dal suo modo di parlare. Da come articolava le parole. Come con Jay, il modello olandese, il mio sguardo era catturato dal movimento delle sue labbra. Mi ha dato il nome di una scuola di yoga che dopo un corso di un mese ti danno un certificato con il quale puoi insegnare yoga in tutto il mondo. A “soli” 2000 USD. Solo? Io pensavo di spendere un decimo! Vabbè, niente scuola di yoga mi sa.

Sto acquirendo un po’ di usi e costumi locali. Questo è il quarto giorno che metto la stessa maglietta. Siccome non mi posso lavare i vestiti, preferisco non sporcare (= non cambiare). Non mi sembra di puzzare comunque. O forse mi ci sono abituata. Fra un po’ comincerò a soffiarmi il naso sulla sciarpa! La scorsa notte comunque ho sognato che ero a casa per due giorni e all’improvviso ho realizzato che potevo usare la lavatrice! Che bella sensazione…

Stamattina ho portato tutti al ristorantino a mangiare patate e pane fritto.