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Gandhi

Sono ad Ahmedabad, nel Gujarat. Non riesco neanche a pronunciare il nome correttamente. Mi sono fermata qui perché non ho trovato un biglietto diretto tra Udaipur e Mumbai. Ed ho scoperto che in questa città si trova un ashram fondato da Gandhi nel 1917. Un ashram è una comunità spirituale, dove la gente va in ritiro a fare un po’ di yoga e meditazione. In quello fondato da Gandhi ad Ahmedabad si lavorava anche, tessuti, perché era convinto che l’uomo dovesse lavorare per mangiare, non basta la preghiera o la meditazione o studiare. Interessante sto tipo. Dopo essere stato consulente legale a Londra e in Sud Africa è tornato in India, il suo paese d’origine, si è spogliato dei suoi bei vestiti, si è messo quel lenzuolo bianco con cui lo si vede in tutte le foto e ha cominciato a predicare per l’indipendenza dell’India dall’Inghilterra, l’uguaglianza tra le religioni, l’abolizione della casta degli intoccabili.
Da Ahmedabad è partito per la famosa marcia contro la tassa sul sale, imposta dall’Inghilterra, che secondo lui pesava soprattutto sui più poveri, per il quale il sale è un bene di prima necessità. 385 km, fino a Dandi, sul mare.
Una delle regole dell’ashram era la castità, che non so come potesse andare d’accordo col fatto che lui era sposato dall’età di 13 anni… forse perché quando ha fondato l’ashram aveva già più di 40 anni e aveva deciso che ne aveva avuto abbastanza.. la moglie pure viveva lì, ma in una stanza separata. Vabbè. Anche “controllo del palato” era una regola, mangiare perché si deve,  senza trovarci gusto. Ecco, decisamente non avrei potuto far parte dell’ashram. Però è un bel posto tranquillo, vicino al fiume, con un bel giardino con palme e formiche giganti. Fa venir voglia di passare giornate a leggere.
Fa caldo ad Ahmedabad. Si sente che sto andando verso sud. Bene, cominciava a far freddo in Rajasthan. E io che pensavo che pure in inverno fosse caldo in India….
Stamattina il mio treno è arrivato alle 4.20, puntualissimo. Quando l’arrivo è previsto che è ancora notte e io dormirei un paio d’ore in più, il treno è sempre puntuale. Quando invece l’arrivo è per metà mattina, quando mi fa comodo andare in albergo il prima possibile per cominciare la visita della città, sta sicuro che il treno è in ritardo. Ho lasciato lo zaino al deposito bagagli e son partita verso il centro. La gente sembra più simpatica qui. Forse perché erano le 6 di mattina o perché è una città meno turistica, ma i “buon giorno” che ho ricevuto stamattina sembravano più sinceri. Solo gli uomini del rikshò rompono uguale in tutte le città. Ad ogni 2 metri c’è qualcuno che si ferma a chiedere se ho bisono di un taxi. E un “no grazie” non basta, bisogna spiegare che si è arrivati a destinazione perché non capiscono che un turista possa voler visitare a piedi. Boh.

Pushkar e il lago sacro

Pushkar è un paesetto concentrato su due rive di un lago sacro. La prima cosa che si fa quando si arriva a Pushkar, mi è stato detto, è fare una visita al lago. Poi si va al tempio dedicato a Brahma.
Il lago è piccolino, si gira a piedi in meno di 30 minuti, se non si è interrotti dai soliti curiosi o se non ci si ferma a far foto (che sarebbero vietate, per non so bene quale motivo, ma tutti fanno foto comunque, indiani o stranieri). È diverso da Varanasi perché qui hanno costruito delle vasche ai bordi del lago, dove la gente presenta le proprie offerte (principalmente fiori e noci di cocco), si bagna piedi e faccia, bagna i bambini e poi prega per un paio di minuti. A volte fanno il bagno completamente e lavano i vestiti.
Quando sono venuta qui ieri per la prima volta, due ragazzi indiani mi hanno chiesto se avevo pregato. No, è stata la mia risposta. Perché no? Non rispetti la nostra religione? No, non è che non rispetto la religione, ma non prego in generale o prego quando mi pare, perché dovrei pregare sto lago? Non se la sono presa, volevano solo spiegarmi come funziona qui.
Ci sono varie scalinate che portano al lago. Una di queste è chiamata “Gandhi Ghat” perché ci hanno buttato un po’ di ceneri di Gandhi alla sua morte. Le scarpe sono vietate a 40 piedi dal lago. Il che vuol dire che uno deve camminare su questi pavimenti pieni di escrementi di piccioni a piedi scalzi; o con i calzini, se uno preferisce. Alcuni ghat son piedi di piccioni che la gente riempie di mais o non so che semi. Poi arriva un cane che li spaventa, si alzano tutti in volo e son sicura che prima o dopo mi arriverà una scagazzata in testa. Perché lo fanno? Mi ricorda San Marco. Da piccola sono andata anch’io con la mia famiglia a dar da mangiare ai piccioni. Ricordo anche com’ero vestita, mi piacevano un sacco quei pantaloni bianchi.
Si sta bene qui, è molto rilassante. Le basse case bianche che si affacciano al lago e i tamburi  in sottofondo che suonano da qualche parte creano un’atmosfera suggestiva. Processioni di matrimoni o feste varie in continuazione.
Intorno a Pushkar ci sono delle montagne con degli altri templi. Sulle montagne vivono i Baba, quegli esseri strani che decidono di abbandonare famiglia e comodità per vivere di bacche e preghiere.
Il tempio di Brahma è l’unico in tutta l’India. Ci sono stata stamattina. Niente di che, secondo me, soliti altarini e solite statue di sti dei che non ci capisco molto… alla fine son sempre le stesse tre deità che si son reincarnate varie volte mi sembra di aver capito. In questo tempio ci son principalmente altari dedicati a Shiva, moglie e tre figli, di cui uno è un elefante (??). Un altro dio è una scimmia. Non so come loro facciano a ricordarsi i nomi.
A quanto pare scriver il blog non è servito a molto perché quando ho chiamato a casa ieri, mia mamma mi ha “consigliato” di non andare in Africa. Che è ora che mi trovi un lavoro e combini qualcosa. Come se non avessi mai lavorato finora. Certo, c’è chi ha lavorato ben più di me, ma c’è anche chi è in viaggio da 2-3 anni o da una vita, solo che ad Arzignano questi non si vedono e allora una idea come la mia sembra da senza cervello. Lavorare e fare soldi non è tutto nella vita. Forse parlo così perché son stata fortunata e non ho mai avuto fame, ma a me non interessa fare un sacco di soldi o avere la macchina da €30.000. Certo, c’è da pensare al futuro, ma non sto dicendo che me ne voglio andare per 5 anni e sperperare tutti i miei risparmi. Un paio di mesi non sono niente, e sarà molto più difficile fare un viaggio del genere una volta che avrò un lavoro. E poi in Italia siamo talmente sfigati che la maggior parte delle persone possono andare in vacanza solo ad agosto, quando viaggiare è molto più costoso e posti come l’Africa e l’India o il Medio Oriente sono improponibili per il caldo. In Inghilterra di solito ci si può prendere le vacanze durante tutto l’anno, perché comunque le attività non si fermano ad agosto. In realtà non ho ancora deciso se ci vado o no, in questi giorni sono piuttosto stanca e mi è momentaneamente passata la voglia, ma so che tornerà. Soprattutto dopo un paio di settimane passate ad Arzignano. E poi c’è Paola che vuole venire con me questa volta… Se qualcun altro si vuole aggiungere, anche solo per una settimana o due, son ben contenta di avere compagnia (per un po’ 😉 ).

Al freddo !!??? In Pushkar

Jodhpur non mi è piaciuta molto. Sono contenta di esserci rimasta solo un giorno. Sarà che ero molto stanca per aver dormito male sul treno e avevo anche un po’ mi febbre mi sa, ma la gente mi stava particolarmente antipatica. Un signore continuava a fissarmi mentre camminava davanti a me, con uno sguardo non gentile, e ho dovuto mandarlo affanculo perché la smettesse. I ragazzini venivano ad ogni metro a elemosinare e tirarmi per la maglia. Un signore super gentilmente mi ha invitato a vedere la sua casa blu e a un certo punto mi ha chiesto di cambiargli 1 euro in rupie per pagare medicine per la moglie che stava sul terrazzo a prendere il sole. Un altro tipo si è messo a ridere mentre mi guardava. Il lassi speciale allo zafferano che hanno lì non mi piace. I ristoranti sono più cari. Insomma, niente di che. Bello il forte però, costruito da uno dei tanti maharajà. È anche chiamata la città blu, perché molti edifici sono dipinti di blu. Un bel blu. Dentro e fuori. Una volta erano solo le case dei bramini, i sacerdoti, una delle caste più alte; oggi chiunque può dipingersi la casa di blu.
Ora sono a Pushkar. Su un lago sacro. La gente viene qui in pellegrinaggio a farsi i bagni nel lago. Ho visto poco, ma quel poco mi ha sollevato. Sembra un bel posto di villeggiatura. La gente è rilassata e contenta. La mia stanza è bellissima, lilla, con una parete con dei getti di verde, bianco e blu. E una doccia calda (perlomeno per i primi due minuti). Erano due settimane che non avevo la doccia calda!
Pushkar è sempre nel Rajasthan, una regione a Nord-Ovest dell’India, al confine col Pakistan. In Rajasthan sono anche Jaipur, Bikaner, Jaisalmer e Jodhpur, dove sono stata nelle ultime settimane.  Sull’autobus per venire qui siamo passati per dei villaggi e i signori più anziani avevano dei turbanti dai colori meravigliosi. Bianco, rosso, rosso a pois bianchi, giallo, arancione; verde e fucsia fluorescenti.  Anche alcune donne avevano il sari (quel scialle lungo alcuni metri che si appoggiano alla testa e fanno poi girare intorno alla vita) giallo scioco. All’inizio pensavo fossero le donne musulmane che si tiravano il sari sul viso, ma è una cosa comune, per non attirare gli sguardi lascivi degli uomini. Ma perché gli uomini devono avere sguardi lascivi in primo luogo? Non si possono guardare le unghie sporche? Boh.
Ho visto un paio di camion al lato della strada che avevano fatto un frontale. Beh, non mi sorprende. In India sulla strada l’unica regola esistente è quella del più grande. Il mezzo più grande e grosso ha la precedenza. Così quando il nostro autobus sorpassava per esempio, se c’era una motocicletta che arrivava dall’altra parte aveva due opzioni: fermarsi o uscire di strada. I piedoni sono i più sfigati. Strisce pedonali o no, non cambia. Per attraversare la strada ci si deve buttare. Il più difficile è quando ci sono strade a più corsie, perché si deve fare come in quel gioco del rospo del Commodore 64, si passa la prima corsia e si aspetta tra macchine che passano davani e dietro di poter passare la seconda e poi la terza e così via (lo stesso è in Cina in realtà). E le rotatorie, se si deve girare a destra (qui si guida a sinistra) perché fare la fatica di fare il giro intorno alla rotatoria? Si fa tanto prima a tagliare subito a destra! Piedoni, biciclette, camion, non ce n’è uno che faccia il giro. E poi vabbè, non esiste guardare se arrivano macchine quando si entra in una strada più grande. Si scanseranno.  Quel che più mi spaventa sono i sorpassi. Non importa se ci sono un dosso o una curva che impediscono di vedere se qualche altro veicolo arriva. Se malauguratamente arriva un camion dall’altra parte si frena e si torna al proprio posto. Se è solo una macchina o una moto ad arrivare, beh, ci penseranno loro a scansarsi.
Il problema dell’avere la camera singola è che ho già perso due ore in Freecell. Damn!
Camminavo per strada e da un portone aperto si vedeva un gruppo di persone che ballavano al ritmo di tamburi. Un po’ più avanti una processione, con tamburi e trombe e gente che ballava. Uomini davanti e donne a seguire. Dietro a tutti un tizio su un cavallo, vestito come un Mahrajà; dev’essere stato un tipo importante. Ai fianchi della processione degli straccioni che portavano delle lampade che sembravano pesantissime. E dietro tutti un tipo che spingeva un carretto con un generatore, per le lampade. Il rumore faceva a gara con i tamburi a chi si faceva sentire di più. A un certo punto si son fermati, senza che musica e danze smettessero, e da un portone sono uscite scatole di yoghurt, che qui chiamano curd e che si mangia a tutte le ore (è anche l’elemento principale del lassi), per rinfrescare i festaioli. Ne avrei voluto uno anch’io, nonostante il freddo, ma stranamente nessuno me l’ha offerto! Quando la processione è ripartita son rimaste le confezioni vuote sull’asfalto. Non so se fosse un matrimonio o una festa religiosa? 
Cazz, sono uscita per cenare e … mi toccherà mettermi le scarpe perché fa un freddo cane qui! Ma perché? Non siamo sui monti. Boh.

Jaisalmer

Jaisalmer è un’altra città ai confini del deserto.
Sono arrivata stamattina in treno da Bikaner. Alle 5.10. Finora i treni che ho preso sono sempre stati in ritardo di almeno un’ora. La scorsa notte che avrei dormito volentieri un’ora in più, è arrivato in anticipo di 20 minuti. Ho girovagato per le strade buie della città tra viaggiatori, venditori di chai, mucche e cani rabbiosi. Tutto era chiuso e avevo paura che avrei dovuto fare la cacca per strada (il che non mi schifava particolarmente, visto che tanto si sarebbe confusa tra le cacche delle mucche), invece dopo lunghe ricerche ho trovato sto hotel bellissimo, in un ex palazzo, dove gentilmente mi hanno fatto usare il loro bagno con la carta igienica. La stanza più economica costa sui €50 per notte, meno di quel che ho pagato per il safari nel deserto. Forse dovrei provare quest’altra esperienza indiana un giorno…
Jaisalmer è bellissima. Tutta la città è costruita con dei mattoni di sabbia dorata, per questo è anche chiamata “Golden City”. C’è un bel forte su una collina, circondato da mura e pieno di vicoletti e palazzi. È bellissima sì, non fosse per le orde di turisti. Stamattina ho girato 3 ore e già ero stanca. Son contenta di restarci solo un giorno, mi infastidirebbe stare più a lungo. Da qui pure organizzano molti tour nel deserto. Inizialmente pensavo di venire qui a fare il mio safari, ma per fortuna a McLeod Ganj ho incontrato una ragazza che mi ha consigliato di andare a Bikaner piuttosto.
C’è un locale dove fanno il Bhang Lassi. Bhang è una cannabis, unica droga legale in India a quanto mi hanno detto, e questo caffettino è autorizzato a venderla, nei lassi. Io ci sono andata perché avevo voglia di un lassi normale, ma non lo fanno. Non ho bisogno del Bhang, sono già abbastanza rincoglionita dal sonno. Così sono venuta in sto posto super fico, un ristorante sul tetto di un Haveli, una residenza tipica del Rajasthan, con una corte interna e piena di decorazioni.
Nel pomeriggio ho deciso di tornare nel deserto, a bordo di una jeep stavolta, per vedere il tramonto sulle dune di sabbia. Beh, che idea! Un centinaio di cammelli aspettavano di trasportare le orde di turisti, indiani, cinesi e da tutto il mondo. Io mi aspettavo qualcosa di tranquillo, non dico di essere sola, ma magari una cinquantina di persone, tò. Sembrava un circo. O una fiera. Tamburi, suonatori di flauti, bambine travestite in costumi tradizionali con il rossetto sparpagliato in tutta la faccia che ballavano al ritmo dei flauti.  

Yoga nel deserto

Sopravvissuta a due giorni nel deserto. Su un cammello. Sederino e interno coscia super doloranti. Mai più cammello per me, grazie. Mi hanno chiesto di tornare. Ok, può darsi che lo faccia, se mi date una bici al posto del cammello.
Ero con due ragazzi francesi e una coppia porto-olandese. Questi ultimi interessanti. Lei una designer di borse fatte con materiale riciclato, lui un artista, che per pagare le bollette ha aperto un coffee shop in Olanda, da qualche parte ai confini con la Germania, e dalla vendita di hashish guadagna un sacco di soldi. 6 camel men, una guida e suo figlio. Il più piccolo dei cammellari, Umad, 12 anni, è praticamente lo schiavetto di tutti. Lo chiamano in continuazione, per lavare piatti, pelare patate, servire. E lui che corre di qua e di là sempre contento. Sono belli questi ragazzi del deserto. A parte i denti rosso-marroni per il tabacco. Non così brutti come i denti dei loro cammelli comunque. Il più anziano, Kesudan, ha 53 anni. Sembra che ne abbia 20 di più. Mi sa che la vita nel deserto non fa tanto bene.
Il tour è iniziato con una visita al Karni Mata Temple, un tempio in cui si venerano i topi. Faceva piuttosto impressione. E anche abbastanza schifo sinceramente. Ci si deve togliere le scarpe all’entrata, come per tutti i templi, e si cammina tra cacchine e cibo per topi. È considerato essere di buon auspicio se un topo ti corre in mezzo alle gambe, e ancora di più se riesci a vedere il topo bianco. Son stata una decina di minuti a spiare l’entrata della tana di sto topo bianco, ma niente. Niente fortuna per me. Comunque mai visti così tanti topi in vita mia.
Questi due giorni nel deserto sono stati un’esperienza completamente diversa da Wadi Rum. Là ho girato in jeep tra montagne e sabbia rossi. Il Grande Deserto del Thar è un’estensione secca di bassi arbusti spinosi e rade piante. I cammelli vanno a passo d’uomo, quindi non si fa molta strada. Penso che il senso fosse proprio quello, di passare due giorni con una diversa prospettiva spazio-temporale. Che innervosisce un po’, quando si è abituati a correre e fare tutto in fretta. Però immagino abbia i suoi benefici.
Il programma prevedeva di dormire su delle dune di sabbia, sotto le stelle. Ma il tempo era incerto, così la guida ci ha portati ad un edificio disabitato, per dormire sotto un tetto. Costruito come scuola, non è mai stato usato perché il governo indiano non ha mai assegnato degli insegnanti a quel posto. Così funziona il governo indiano, si lamentava la guida. Soldi vengono spesi in infrastrutture, e poi maestri restano senza lavoro e bambini senza scuola per mancanza di comunicazione tra diversi uffici del governo. Lui non vota, perché dice che entrambe le coalizioni sono corrotte, quindi non ha senso. Manifesta il suo dissenso non votando. È stato la prima persona che ho incontrato a non essere entusiasta di Sonia Gandhi. Quando dico che sono italiana qua tutti si aprono in un sorriso e dicono “ah, come Sonia Gandhi”. Edvige Antonia Albina Maino è nata a 30Km da Vicenza e ha sposato un discendente di Mahatma Gandhi (la famiglia Gandhi da generazioni ha funzioni importanti nel governo; Sonia Gandhi al momento è presidente dell’Indian National Party e sarebbe Primo Ministro se l’opposizione non si fosse lamentata che la tipa non è indiana).
Beh, abbiamo dormito sotto il portico di questo edificio. Il risveglio è stato meraviglioso, circondati dalla foschia, cammelli che ruminavano lì vicino e gli uomini del deserto che preparavano il chai dall’altra parte del portico.
Lionel, uno dei ragazzi francesi, si è ritrovato con una scarpa a 10 metri dal portico, un po’ rosicchiata. Qualche animale deve averla presa durante la notte. Forse una capra.
Mi sono allontanata un po’ dal gruppo e mi sono messa a fare i cinque esercizi di yoga che conosco. Ma proprio questa cosa del stare calmi non fa per me. Avrei dovuto fare ogni esercizio 5 minuti per 3 volte, invece li ho fatti per un minuto e una volta sola. Continuavo a pensare a quelli di là che stavano preparando la colazione e non potevo aspettare. Devo riprovarci. Solo quando gioco a freecell (un solitario di carte nel computer) riesco a passare delle ore senza fare niente. Il che mi innervosisce un sacco, perché perdo delle ore che potrei usare a fare qualcosa di più utile, anche solo leggere un libro. Ma giocare a freecell mi aiuta a pensare. È stato durante una di quelle partite che mi è tornata l’idea di andare in Africa nel 2011…
Un altro giorno sul cammello, ma dopo mezz’ora proprio non ce la facevo più. Perché alla gente piaccia questa tortura non lo so. Ho passato il resto del safari su un carretto, trainato da un cammello. Stavo sdraiata sui sacchi di paglia che usano per cibare i cammelli quando ci fermiamo e mentre lasciavo che il sole mi scaldasse, mi facevo cullare dal carretto e dalle nenie cantate dai cammellari. Much better.
Kesudan era sul carretto con me. A un certo punto ha strappato un filo dall’asciugamano che tiene in mezzo alle gambe e mi ha intrecciato un braccialetto. Così ora siamo fratello e sorella, mi ha spiegato un ragazzo in un inglese striminzito. La prossima volta che torno a Bikaner si aspetta che lo contatti, mi ha dato il suo indirizzo. Ha un figlio piuttosto carino, quindi ci potrei anche pensare. Meglio che aspetti che il figlio diventi maggiorenne però…
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