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La Haiti bene

Giovedì 20 Marzo

8.15 Stiamo facendo colazione: un ottimo caffè (del resto quest’isola lo produce), due uova e due pezzi di pane su cui spalmare il formaggino. Stiamo facendo colazione in giardino in compagnia di tre galli, due galline e un galletto, tre caprette nane, due cani di cui una femmina super coccolona e super affamata, un colibrì e tanti bei fiori fucsia. Tutti che girano liberamente qua intorno. Sotto la capannina dove facciamo colazione stanno seccando delle foglie di tabacco. Il proprietario parla un ottimo francese, a differenza di sua moglie che mi parla in creolo e mi sorride. Non so se pensa che io capisca il creolo o se è convinta di parlare francese. Vediamo se oggi riusciamo ad andare all’Ile-a-Vache.

14.00 La ragazza seduta vicino a me sul tap-tap si è messa il lucidalabbra e ora si sta pettinando i capelli con una spazzola per lavare per terra. Ha un sacchettino con dentro un fiore di plastica a cui sembra tenere molto. Il bello del passare tanto tempo per strada è che si notano fatti interessanti. Per esempio siamo passati davanti a vari muretti con su scritti nomi di hotel, e dietro i muretti niente, solo qualche mattone, come se stessero già pubblicizzando un hotel che finiranno di costruire fra qualche anno. Si vede la gente che lavora, chi aggiusta auto, chi lavora il legno o il ferro, chi rammenda vestiti; dentro le mura fa troppo caldo, così si mettono in strada a fare qualsiasi lavoro, dal cucinare al preparare il carbone. A volte vicino alle case ci sono delle tombe dai bei colori pastello. Quasi tutte le case, anche le più povere, hanno la parete dipinta. Al singolare, perché è solo la parete rivolta verso la strada che viene dipinta, le altre rimangono grige. Son più sfortunati quindi gli edifici agli incroci, ne devono dipingere ben due di pareti!

Una capretta si lamenta e l’altra ci tira i sassi in testa, mentre aspettiamo che riparino il tap-tap, sulla strada per tornare a Port Salut da Les Cayes. Ci siamo messi all’ombra di alcune palme di cocco, speriamo non ci caschino in testa! I furgoncini UNICEF, UN, UN Police ecc. che continuano a passare cominciano a darmi fastidio.

La nostra spedizione a Les Cayes è stata un mezzo fallimento. Appena arrivati abbiamo cercato di prelevare dei soldi. La prima banca non aveva né bancomat né anticipo contanti. Moto-taxi per farci portare da un’altra parte. La seconda banca aveva un bancomat, non funzionante, ma niente anticipo contanti. La terza banca non aveva un bancomat ma ci ha fatto l’anticipo contanti in pochi minuti. Il casino del mercato mi ha un po’ spaventata e si era fatto di nuovo troppo tardi per andare all’Ile-a-Vache, quindi siamo tornati a Port Salut.

16.30 Siamo in un auberge di lusso, a bere qualcosa e ad approfittare di internet per salutare a casa e far sapere che ci siamo. Il proprietario, un francese che però ha vissuto in Francia solo i suoi primi 17 anni e il resto della vita in giro per le isole (ne avrà 65 di anni ora all’incirca), vive qui da 18 anni, 14 fissi. Doveva fermarsi a vivere in Cile e aveva detto alla moglie “Facciamoci l’ultimo viaggio”. Son venuti qui e non se ne sono più andati. Port Salut comunque, ama precisare, non Haiti. Dice che si vive troppo bene, che è tranquillo, sicuro, che non ha guardiani né all’hotel né al magazzino di materiali da costruzione che ha qui vicino. Possiede 8.000 mq attorno all’hotel e altri 20.000 più in su, dove si è costruito due casette, il magazzino e due appartamenti. Ha 46 dipendenti e sono tutti come suoi figli. Auberge du Rayon Vert, si chiama. A quanto pare gli haitiani ricchi ci sono, e amano spendere i loro soldi. E lui ne fa molti con loro. Poi ci sono anche molti canadesi, americani e svizzeri. In più collabora con varie ambasciate ecc. Qui ha investito non so quanti milioni di dollari, e in Repubblica Dominicana non investirebbe 5 euro, dice. Sì, ci sono difficoltà tecniche (l’elettricità che spesso manca, l’acqua difficile da reperire, per es.), ma per il resto è molto più semplice che in Europa.  Ha messo del marmo sul pavimento del ristorante. Che vita che si fa sto qua. Può starsene al bar del suo hotel a leggere o lavorare con il mare di fronte. Certo, probabilmente si è sbattuto non poco per arrivare fin qua. Ha messo delle sdraio in spiaggia, mai viste prima. Chiude a chiave il cancello che dà direttamente all’entrata del bar, ma poi il cancello del parcheggio è aperto. Mi ha fatto fare da intermediaria. Ha voluto che dicessi a Luca (che non parla francese) che qui si può fare di tutto. Si può bere, con moderazione, e guidare; la polizia ti ferma, se vede che hai la bottiglietta di rum lì davanti controlla che tu non sia messo male, e ti dice di fare attenzione e basta. Luca poi mi ha detto che mentre io ero girata da un’altra parte ed è arrivata una fustona nera con un bianco, lui gli ha fatto un gestaccio per fargli capire quanto ritenesse bona la ragazza. Forse non si riferiva solo all’alcool quando diceva che si può far tutto.

Baretti in spiaggia a Port Salut

Baretti in spiaggia a Port Salut

9 della sera. Con le PRESTIGE in spiaggia. In Rep. Dom. la birra nazionale è la Presidente, qui la Prestige. Bene. Piacere di conoscerti Prestige cara. Siamo noi e un’altra coppia. Mi piace. Poca luce, perché non c’è l’elettricità. E inizia a piovere anche. Questa baracchetta sulla spiaggia che serve pollo, pesce fritto e lambi ha tre tavolini sgangherati e quattro sedie di plastica. La birra non è neanche tanto fresca (il congelatore, comprato che già non funzionava più, non serve per tenere le cose al freddo, ma giusto per isolarle dalla calura esterna), ma l’atmosfera rilassata e alla buona fa pari con tutto.

Primi disagi ad Haiti

19 Marzo 2014

7.02 del mattino. E’ da mezz’ora che aspettiamo che ci preparino la colazione, ma la prima dipendente è arrivata 10 minuti fa. Di notte c’eravamo solo noi qui dentro mi sa. Eppure ieri sera avevamo avvisato la ragazza che dovevamo partire presto. La stessa ragazza che ieri alle 6 era già qui. Proprio oggi si doveva prendere a letto? E’ arrivata ora e si è scusata dai. Io la perdono, Luca non so.

Ci hanno portato due frittatine con l’insalata (che Luca mi ha convinta a non mangiare) e un succo che non si capisce che cosa sia, ma troppo ghiacciato e non molto buono. Tanto pane, burro, due banane, acqua, una caraffa piena di caffè.

8.08 Siamo sul tap-tap. Abbastanza comodi per ora. Perlomeno i sedili sono imbottiti. Siamo in 4 su 3 posti, ma non ci si può lamentare. 150 HTG (3 euro scarsi) per Port-au-Prince, poi là si cambia per Les Cayes. Alla fermata dei tap-tap c’era un tipo che parlava un buon francese che ci ha spiegato di andare fino a Port-au-Prince, perché al Carrefour che consiglia la Lonely Planet è difficile trovare un tap-tap che ti porti Aux Cayes, bisogna cambiare un’infinità di tap-tap intermedi. Luca si è messo la sciarpa sul naso perché stanno bruciando della plastica da qualche parte. 8.30 A me sembra che siamo già piuttosto pieni, che stiamo aspettando? Luca dice che il fatto di dover andare fino a Port-au-Prince è un segno, dovremmo fermarci là, senza tornare al Sud. Non ha proprio voglia di andare all’Ile-a-vache. Ci sono camionette della polizia dell’Onu che girano per Jacmel. A fare cosa non si sa bene.

9.52 Arrivati a PAP (Port-au-Prince). Bordello. All’entrata della città c’è una strada con un mercato, bancarelle e baracche, e sulla strada acqua mista a immondizie, macerie, sassi e polvere. Non stupisce che ci sia il colera. C’era un vecchietto che spalava merda da uno di questi scoli d’acqua, con gli stivali per fortuna. Da un tap-tap siamo saliti subito sull’altro (ho sentito parlare talmente tanto della delinquenza di PAP che sono contenta di non dover camminare in giro con gli zaini in spalla). Solo che su questo siamo solo in 3. Se aspettiamo che si riempia partiremo fra un paio d’ore e arriveremo a Cayes troppo tardi per il battello per l’isola della vacca.

Dopo che siamo partiti da Jacmel con il tap-tap siamo saliti su un monte. C’era un paesino con il mercato e degli asinelli parcheggiati da un lato; servono ai contadini per portare in giro i loro prodotti. Le bimbe hanno sui capelli fiocchi bianchi, azzurri o rosa, a seconda del colore della loro divisa scolastica.

la stazione dei tap-tap di PAP vista dal bus

la stazione dei tap-tap di PAP vista dal bus

Non so se Luca tornerà a casa con le scarpe. Qualcuno prima o poi gli taglierà i piedi per tenersele. E’ sceso dal tap-tap per fumare e tutti gli guardano i piedi. Un venditore di cosmetici è stato sul tap-tap 10 minuti per cercare di vendere un campioncino di profumo ad un haitiano seduto dietro di noi, e dei profilattici qui davanti. Alla fine se n’è andato senza vendere niente. Chissà quanto voleva per quei campioncini che da noi ti danno gratuitamente.

Forse era meglio se cambiavamo al Carrefour come diceva la guida. Perché abbiamo perso un’ora per entrare in città ed è già un’ora che siamo qui che aspettiamo che il bus si riempia. Sono le 11 e ci aspettano 4 ore di viaggio e ciò significa che perderemo il traghetto.

18h10 LES CAYES Siamo su un taxi condiviso in attesa di andare a Port Salut. Alla fine il tap-tap da PAP  è partito alle 2 del pomeriggio (dopo 4 ore che ci siamo saliti) e siamo arrivati a Les Cayes da poco, troppo tardi per l’Ile-a-Vache. Speriamo ci sia posto da dormire al Coconut Breeze di Port Salut, dove stiamo andando in alternativa all’isola. E’ la mia sola preoccupazione al momento. E ho bisogno di prelevare. Odio trovarci senza soldi. Les Cayes è abbastanza grande, quindi dovrebbero esserci banche, ma non si sa mai.

23h

Mamma mia che giornata! Alla fine Port Salut non è a soli 30 minuti da Les Cayes, come dice la guida, ma a un’ora circa. La voiture si è riempita solo verso le 6.45, c’è voluto un po’ che sistemassero la situazione soldi (credo che l’incaricato a raccoglierli se ne sia intascati un po’) e siamo partiti per le 7, che cominciava a fare buio. Alle 8.30 siamo arrivati a Port Salut, ma nessuno sapeva dove fosse sto Coconut Breeze. I nostri compagni di viaggio sul cassone del pick-up (il taxi) hanno provato a chimare parenti e amici per scoprire dov’era, ma niente. Hanno provato a chiamare anche l’hotel, ma non rispondeva nessuno. Il chauffeur ha iniziato ad arrabbiarsi e ci ha mollati lì non appena è passato uno in moto. Il ragazzino della moto ci ha portati al Coconut; per strada dal peso ha fatto rua alta e Luca è saltato giù dalla moto in movimento (io ero in mezzo e mi son salvata). L’hotel però era chiuso. Io iniziavo ad impanicarmi e son caduta scendendo dalla moto (fatto niente). Eravamo un po’ scoraggiati e stanchi. Questa zona però per fortuna è piena di hotel e guest-house, abbiamo trovato presto un altro posto. La Pointe Sable è la guest house che ci ha ospitati. La camera costa un po’. Siamo riusciti ad abbassare il prezzo fino a 65 dollari, visto che restiamo 3 notti. Ma ero pronta a pagare i 100 dollari del Dan’s Creek (un bel hotel sull’oceano con una piscina) pur di avere un posto dove dormire.

Alla Pointe Sable c’era una festa al nostro arrivo. Stavano festeggiando il compleanno del papà del proprietario. Ci hanno offerto da bere e da mangiare. Un bel sollievo dopo la giornataccia di oggi. Comincia già a mancarmi la comodità della Repubblica Dominicana.

 

Ayiti

HAITI, JACMEL.
18 Marzo, 12h43.

Luca ha sforzi di vomito continuo dopo il giro in barca di questa notte. Alla fine ci hanno portati ai barconi sulle spalle. E lo stesso per scendere a Marigot. All’inizio sembrava quasi carino: sdraiati comodi su dei sacchi, noi due abbracciati sotto le stelle, cullati dal mare… Poi la barca si è riempita, c’erano piedi e gomiti dappertutto, odori e chiacchiere, lamentele contro “les blancs” che si sono messi storti, 5 ceste piene di galline con tutto quel che ci va dietro, e quando la barca è partita si sono aggiunti il freddo e la paura di saltare fuori quando si piegava un po’ troppo contro un’onda. Ma siamo arrivati. Alle 4 di mattina per prima cosa ho fatto la pipì dietro una barchetta, poi abbiamo preso il primo gua-gua verso Jacmel. Non so a che velocità andasse, ma la strada era tutta dritta e non c’era traffico. Noi sul cassettone dietro, tutto aperto, col freddo vento della notte sulla faccia … e son anche riuscita a dormire, non so come. E’ stata dura, ma ce l’abbiamo fatta. Siamo arrivati a Jacmel verso le 6 del mattino. Troviamo subito l’hotel consigliato dalla Lonely Planet. Ma anche se c’è una tizia che ogni tanto esce, non entriamo subito perché abbiamo paura che ci facciano pagare una notte in più. E poi ci ha detto che costa 70 dollari. O ha detto 50? Boh, non li capisco. Comunque mentre eravamo lì ad aspettare che passasse il tempo abbiamo visto la città svegliarsi. Anzi, era già bella sveglia quando siamo arrivati, tutti lì a dirci Port-au-Prince? Taxi? Moto? Comunque un po’ alla volta hanno iniziato a uscire le donne, i bambini che alle 6.30 erano già con la loro bella divisa e di corsa verso l’autobus, i vecchietti nei loro giri di vendite.
Verso le 7 ci decidiamo ad entrare. Al Guys Hotel la stanza non ha l’aria condizionata, la finestrella minuscola è su in alto, non si passa intorno al letto e il bagno è in comune con altri. Sembra di stare in India, solo che là una stanza così la paghi 5 dollari, non 50. Riposino subito, poi un’ora e mezza in banca a cercare di prelevare. L’unico bancomat del paese non funziona e per farmi dare un “anticipo” sulla mia Visa devo aspettare che la addetta finisca con un cliente, la quale però dopo un’ora e mezza che vede che ancora non ha finito ci fa la grazia di uscire, passa la carta su un pos, ritiriamo i soldi e in 5 minuti siamo fuori. Jacmel ha 40.000 abitanti ma sembra più piccola di Arzignano.

Bar-Restaurant Hotel Florita

Bar-Restaurant Hotel Florita

Ci gira la testa, un po’ per il post-barca, un po’ per il sonno. Credo che l’Hotel Florita sia uno dei pochi posti in città con internet. Infatti ci sono alcuni giovani del posto con il loro laptop. E’ molto carino, all’interno di un vecchio edificio che visto da fuori sembra stia per cascar giù, il ristorante-bar è un gran salone con un albero in mezzo che esce da un buco sul tetto.

Hotel de la Place

Hotel de la Place

17h13 Place Toussaint de l’Ouverture (Piazza Ognissanti praticamente). Fa ancora caldo. Per fortuna Jacmel è piccolina da vedere perché siamo tornati in albergo e ci siamo rimasti fino alle 3. E la stanchezza ancora non è passata. Ora siamo all’Hotel de la Place a bere un buon succo banana/fragola e a guardare la gente che passa per la strada (come dice di fare la LP). Siamo passati attraverso il casino e le mosche del Marché de Fer, il mercato del paese, chiuso solo la domenica, dove la gente va a prendere tutto quel che le serve (non ho visto altri negozi in giro, neanche di quelli minuscoli che vendono sigarette, rum e poco altro; solo qualche bottega d’arte: Jacmel è la città degli artisti, quindi qui tutti un po’ lo sono, che vogliano o no!).

Penso che dei 40.000 abitanti di Jacmel la metà siano al mercato in questo momento, a vendere, a comprare, a chiacchierare, a guardare, a rubare, a curiosare. Comunque sembra che tutti i rifiuti del mondo si siano riversati qui per essere rivenduti. Vecchi pezzi di auto, vecchie radio, vecchie scarpe, vecchi ferri.

Marché de Fer

Marché de Fer, Jacmel

JacmelJacmel è carina. E’ un po’ a pezzi, ha sofferto molto durante il terremoto e ancora si vedono macerie in giro. Però alcune casette sono molto carine e particolari.

Luca non vuole andare all’Ile-à-Vache (l’Isola della Vacca) perché ha paura di dover dormire per terra (a Ile-à-Vache ci sono due resort dove si pagano 200 euro al giorno oppure si può stare in casa con delle famiglie locali a 10 dollari circa. E io ovviamente propendevo per la seconda opzione). Mi fa tenerezza, si vede che sta un po’ male e non vede l’ora di tornare in Repubblica! Anch’io stavo meglio di là, e gli alberghi in cui siamo stati erano delle regge in confronto a quello odierno e costavano la metà; ma sono pronta a passare qualche giorno difficile, poi avrò comunque altre 3-4 settimane per rilassarmi.
Vendono l’acqua in sacchettini che contengono la quantità di un bicchiere. Ci succhiano fuori l’acqua e il sacchetto finisce per terra.
20h42 Siamo in albergo già da un’oretta. Stanchi morti. C’era la messa qui di fianco, con dei gran canti. Sono venuta ad Haiti per il vudù e la prima cosa che incontro è una celebrazione cristiana. Prima sulla spiaggia c’erano delle bimbe dai 5 ai 7 anni che provavano un balletto. Che brave a dimenare il loro fondoschiena e battere i piedi.

Il passaggio

17 Marzo 2014, 11.05 del mattino.

Brunch con purè, stufato di carne e spaghetti con pomodoro e panna. Niente male. Spero arrivi presto anche il caffè. Image

Siamo stati ad Anse-à-Pitre, al di là del confine, a controllare com’è la situazione. In teoria per il barcone non serve prenotare, basta che ci presentiamo nel pomeriggio con 500 HTG (un euro corrisponde a circa 60 gourde haitiane, quindi il viaggio costa sui 4 euro a testa) e possiamo partire. Abbiamo anche già cambiato un po’ di soldi. Non ho visto nessun traghetto al molo, dovrà ancora arrivare. Aiuto. Chissà cosa ci aspetta.

Luca è nervoso. Secondo me è preoccupato per il viaggio.

Il mercado internacional si tiene il lunedì e il venerdì. Il barcone arriva il giorno prima, con merci e persone, e riparte la sera del mercato, ancora con merci e persone. Nei giorni di mercato la frontiera è aperta, noi siamo passati senza che nessuno ci dicesse niente o controllasse il passaporto. Chissà quanti haitiani passano di là in questo modo. Però stasera dovremo farci timbrare l’entrata e l’uscita, per non avere problemi al nostro ritorno in Repubblica Dominicana.

Dicono che alla frontiera si sente la tensione che c’è tra i due paesi. Non qui, forse perché è una frontiera piccola e i due paesini sono ad un chilometro uno dall’altro, si scambiano continuamente quel che hanno e alcuni haitiani vanno quotidianamente a lavorare a Pedernales. Comunque quando siamo passati di là era tutto un bonjour di qua e bonjour di là, i bimbi erano super felici di vederci. Mi sa che non incontrano molti bianchi da quelle parti.

Al mercato hanno una sezione dedicata a scarpe e vestiti, una a frutta e verdura (ci sono sacchi di ceci, fagioli, riso, zucchero, caffè…), pentolame vario da un’altra parte. La gente va lì a fare la spesa, perché nei paesini piccoli come Pedernales e Anse-a-Pitre non ci sono negozi di abbigliamento o altro. Alcuni comprano sacchi di riso e poi fanno il giro per Pedernales a rivenderlo ai ristorantini e alle botteghette.

12.20 Siamo al Malecon, a prendere un po’ di ombra e aria. Avrei voglia di uno di quei buonissimi frappè alla banana, ma la cafeteria che non ha caffè è ancora chiusa. Qui c’è gente che dorme su tronchi di alberi usati come panchina, chi traffica (prima c’è stato un losco passaggio di soldi di mano in mano), 3 tipi stanno preparando una colonna in cemento, un tizio sospetto ha tirato un sasso sul marciapiede davanti ad una ragazza per farle uno scherzetto, ma quasi la prendeva; un ragazzino con delle cuffie nuove da rapettaro è arrivato in bici e dalla tasca posteriore si vede uscire il calcio di una pistola. Che se ne farà un ragazzino così di una pistola? Niente di buono immagino.

16.00 Ultimo pranzo a Pedernales. MORO CON POLLO. Il moro è il riso con fagioli o ceci cucinati insieme. Fa caldissimo oggi. E’ già tutto pronto, devono solo scaldarlo un po’ (se siamo fortunati) e metterlo nei piatti. Quando sono andata a pagare la cameriera mi ha mostrato la foto presa da Facebook di un bambino dagli occhi azzurri. E’ tuo figlio? Le ho chiesto, senza far caso al fatto che fosse bianco. “No, ma mi piacerebbe avere un bimbo così”. Quindi vorresti incontrare uno straniero biondo con gli occhi azzurri? Già. Chissà quanto era disposta a pagare perché le prestassi Luca.

Sono riuscita a sentire la mamma via Skype, finalmente. Mi sembrava l’ultimo saluto. In effetti non so cosa ci aspetterà di là. Luca è ancora un po’ teso e stanco.

caricando la nostra barca

caricando la nostra barca

17.26 Anse-à-Pitre. Siamo sul molo. Stanno caricando la nostra barca. A piedi, si caricano sacchi o secchi pesantissimi sulla testa, vanno in mare, con le onde che li colpiscono in faccia, e depositano le merci sulle barche. Spero si avvicinino o organizzino delle barche più piccole per arrivare là, perché io non credo di potercela fare. Cioè, se proprio devo ok, ma preferirei di no. E poi come? Devo guadare anch’io? Mi mettono sulla testa pure a me? La nostra barca è la prima a destra. Intanto caricano le merci, e poi la gente, che ci si butterà sopra.

La frontiera haitiana ci ha chiesto 20 dollari a capoccia. Ladri! All’arrivo a Santo Domingo abbiamo pagato solo 10 dollari (e meglio avere dollari perché sennò sono 10 o 20 euro). Per uscire dalla Repubblica invece niente, temevo ci chiedessero di pagare anche lì, perché il veronese incontrato all’Hotelito ci aveva detto che tutti chiedono soldi e anche dalla Lonely Planet sembrava servissero altri dollari per uscire.

C’è un tipo super-puzzone, con una scarpa diversa per ogni piede, occhi da matto e fiaschetta in tasca, che continua a girarci intorno. Abbiamo visto gran poco di Haiti per ora, ma già si vede che sono più poveri. E pensare che un tempo era un paese rigoglioso, dove si producevano canna da zucchero e sigari e gli americani venivano in vacanza.

Se riusciremo ad arrivare di là, sarà una bella avventura da raccontare questa.

Siamo sotto un portico. Ci hanno detto di stare qui ad aspettare. Un bambino sta aiutando a disfare una rete: si fa passare il filo tra le dita e quando sente un amo lo attacca ai bordi di un cesto. Le donne continuano a fare da mangiare, per i viaggiatori e i trasportatori. Sono quasi le 6. Si parte fra 3 ore. Stanno suonando una campanella: è pronta la cena? C’è un tizio che dev’essere il proprietario di una delle barche: indossa una maglietta nuova di zecca, due scarpe uguali, e come se non bastasse due anelli e una collana.

“Che venga domani”, dice Luca. Un tipo ci ha detto che per salire sulla barca ci porterà uno di loro sulle spalle. Spero di aver capito male o che stesse scherzando.

 

Verso l’ignoto

Los Patos, 08.01 del mattino

Colazione e poi si parte. Con calma, tanto Pedernales sta a soli 90 km (2-3 ore di gua-gua) da qua. Oggi è piuttosto nuvoloso; meglio, viaggeremo più freschi. Si vede un temporale là in mare. Se veramente prendiamo il barcone per andare ad Haiti quasi sicuramente ci pioverà in testa. Ma non ci posso credere che sia l’unica alternativa. Per questo vogliamo andare  a Pedernales, per raccogliere più informazioni. Il difficile del viaggiare in quest’isola è che la Lonely Planet non è abbastanza dettagliata e anche la gente sembra non sappia molto. Di solito quando si va in un paese se non c’è un centro d’informazioni per i turisti comunque i gestori degli alberghi o la gente per la strada sanno qualcosa. Qui no. Dobbiamo sempre andare a naso. Boh. Forse perché in effetti non c’è niente di sicuro.

Mi mancherà questo posto. Non siamo proprio in riva al mare, qui da Giordano, ma dal terrazzo dove facciamo colazione si vedono palme e mare e c’è sempre una brezza fresca.

9.12 Siamo sulla strada, ad aspettare il gua-gua per Pedernales. Non si sa quanto dovremo aspettare, passano quando vogliono. Venendo qui mi son ricordata che ieri sera, mentre stavamo andando verso il Comedor per la cena, ci siamo fermati a guardare i bellissimi fiori di una pianta; un cane, abitante di quella casa, è uscito ed ha iniziato a correrci incontro. Per fortuna nel frattempo arriva un ragazzo, che estrae il suo machete e lo fa stridere sull’asfalto, allontanando il cane. Pochi metri dopo il ragazzo incontra i suoi amici e continua a giocare con la sua arma, facendola svolazzare di qua e di là. Spesso hanno un machete con loro, lo usano molto: per aprire un cocco, tagliare una pianta o allontanare i cani…

Verso l’ignoto, dice Luca. Eh sì, i viaggi di questo tipo sono proprio così. Specialmente qui, dove ci sono pochi turisti e anche la guida non ne sa molto.

10.00 Abbiamo dovuto aspettare poco  più di mezz’ora. Perso un po’ di tempo per mettere gli zaini nel bagagliaio: non ci stanno, quindi lasciano la portiera aperta e la tengono ferma con una corda. Dopo un chilometro ci fermiamo per caricare un tipo che ha due sacchi pieni di spazzole di paglia. Allora giù di nuovo gli zaini, su i due sacchi, che sono grandi il doppio dei nostri zaini, su gli zaini sopra i sacchi, fermare tutto con la corda, tirar giù la portiera, altro giro di corda, la ruota di scorta sulla capotta, e via, si parte.

malecon16.51 Se llama cafeteria pero no hay café. Visto che non c’è il caffè allora ci beviamo due succhi qui al Malecon (lungomare) di Pedernales. Non sono più sicura di nuovo di voler andare ad Haiti. Perché passare la frontiera da questa parte non è proprio semplice. Ci sono due alternative: un barcone super affollato che in 7 ore di notte ti porta fino a Marigod, e poi devi prendere un tap-tap (la versione haitiana dei gua-gua) per Jacmel, che parte lunedì sera. Oppure vari tap-tap, con nessuna idea di quanto tempo ci si possa impiegare, anche perché si sale e si scende un’alta montagna. Boh. C’erano dei bianchi prima in giro per la città, avrei dovuto chiedere a loro, magari vengono da Haiti o hanno intenzione di passare di là come noi.  Il mio jugo è in realtà un frappè alla banana. Molto buono, e molto pieno di ghiaccio, che dovrei evitare come la peste. Abbiamo infranto tutte le regole anti-cagotto: bevuto bibite con ghiaccio, mangiato verdura fresca, mangiato senza lavarsi le mani, leccate le dita…

Siamo in questa piazzetta vicino al mare, e due baracchine stanno facendo a gara a chi tiene la musica più alta, per attirare clienti presumo. Il risultato è un mix quasi fastidioso di musica. Luca dice che la gente qui ama girare in moto. E’ vero, a Los Patos i ragazzini continuavano avanti e indietro con le moto, e anche qui. Chi ha una moto comunque quando necessario si improvvisa tassista, quindi continuano a girare anche perché se qualcuno ha bisogno lo portano in giro.

Ci sono anche dei tavolinetti per giocare a domino qui al Malecon. Ieri sera era buio quando siamo tornati all’Hotelito; dei vecchietti in strada giocavano a domino alla fioca luce di una pila.

Il gua-gua per venire qua era rotto sulla fiancata dov’ero seduta io. Era rotto un giunto o non so che. A un certo punto saliva talmente tanto fumo che ho avvertito l’autista; lui ha fatto spallucce. Risultato: ho il lato sinistro del corpo completamente nero.

 

Andare o restare?

Sono in garage dai miei che saluto i gatti. Mi spiace che per alcune settimane dormiranno da soli. Però di giorno si divertiranno un sacco. Si faranno delle gran piste per il giardino.

Sono agitata e in questo momento non ho proprio voglia di partire. Che male c’è nello stare a casa e viaggiare con l’aiuto di un buon libro? Mi era successo anche con la Tanzania. Poco prima della partenza mi era passata tutta la voglia. Quella era la mia prima volta in Africa e un po’ avevo paura perché non sapevo cosa avrei trovato. Questa volta mi spaventa che la Repubblica Dominicana venga definita “non pronta” ad accogliere viaggiatori indipendenti, che in alcuni forum si legga che si deve stare attenti, che cercano di fregarti da tutte le parti, che è un casino girare, ecc. Tra l’altro il fatto che non sia facile da visitare è uno dei fattori che mi hanno convinta ad andarci! L’avventura e l’incognito mi attraggono e allo stesso tempo mi spaventano. Del resto, se non fossi un po’ elettrizzata al momento di partire, non ci sarebbe neanche gusto.

Vabbè, ormai mi tocca andare.

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