Get a site

Piccola parentesi

Cara Paola,
ti ricordi quella volta che scendendo dall’Etna abbiamo sentito “Obsession” degli Aventura per radio? Era una delle prime volte che la ascoltavamo e all’epoca ci entusiasmava; ad Arzignano ancora non era arrivata, la davano per radio solo da Roma in giù. Ci siamo fermate a ballare lungo la strada. O forse non è vero, ma la voglia di farlo era talmente forte che nei miei ricordi è come se fosse successo per davvero. L’ho riascoltata qualche sera fa, sul mio mp3 di un’altra epoca che uso solo quando sono in viaggio. Così ti ho pensata.
Ecco. Mi piace viaggiare da sola, son convinta che sia molto più facile venire a contatto con le persone del posto se ti vedono sola, sono incuriosite e meno vergognose. Però è anche bello condividere bei momenti con qualcuno con cui ti trovi bene. Ho dei bei ricordi, anche se come sai la mia memoria non è il massimo. Forse per questo scrivo. Magari un giorno rileggerò tutti i miei diari e penserò “ma dai, ma davvero sonti stà in Tanzania?”. Anche se sono una solitaria, ho bisogno di parlare con qualcuno ogni tanto; a volte mi stanco pure di scrivere. È che ho passato un paio di pomeriggi un po’ annoiata, a Lindi, non c’era nessuno in giro che volesse intrattenermi. Avevo preso l’abitudine di guardare alla TV delle telenovele sudamericane orribili! Ora mi son ripresa alla grande. Però ecco, quel che voglio dire è che non è che viaggiare sia sempre rose e fiori. E stare un po’ da soli fa apprezzare di più le amicizie lasciate a casa.
Tutto qua. Salutami gli altri miei amici e i miei. Dighe che ve porto sempre con mi.

Come preparare l’ugali in 11 mosse

  1. Accendere il fuoco 
  2. Prendere una pentola abbastanza grande 
  3. Mettere l’acqua
  4. Mettere sul fuoco 
  5. Aspettare 15 o 30 minuti, dipende dal fuoco 
  6. L’acqua bolle
  7. Prendere la farina di mais, in quantità giusta rispetto all’acqua, né troppo poca né troppa.
  8. Mettere la farina nell’acqua
  9. Aspettare 2 secondi
  10. Prendere un cucchiaio e mescolare con movimento circolare per 5 minuti
  11. Pronto
Ecco. Così adesso anche a casa posso farmi l’ugali anche se non mi piace per niente. Eppure è il piatto preferito di molti, oltre che il più comune perché costa poco.

Vendendo arance a Kilwa

Quando incontro dei bianchi mi sento particolarmente sporca e puzzolente. Meglio evitare i Wazungo allora, e stare qua coi miei amici africani.
Sono a Kilwa. Per essere precisi Kilwa Masoko. Ce ne sono 3 di Kilwa, che io sappia. Kilwa Kisiwani, un’isola con delle rovine arabe, apparentemente molto interessante, visitabile però solo con un permesso e una guida, e a me non va di sbattermi troppo quindi la salto. Kilwa Kivinje, un paesino sempre con alcuni vecchi edifici arabi e un porticciolo molto animato, che ho visto oggi. E Kilwa Masoko, Kilwa il Mercato, dove non c’è granché ma l’unico posto dove dormire.
A Kilwa Masoko sono arrivata ieri verso mezzogiorno dopo un 3 ore su un autobus che ad ogni dosso mi faceva saltare mezzo metro sul sedile. C’era un bambino di 5 anni che pensavo avrebbe vomitato. Invece eroico è rimasto impassibile e composto. Dopo aver lasciato gli zaini alla mia pensioncina da due soldi sono andata a vedere dei resort che sono indicati nella Lonely Planet. Il primo, che sarebbe anche un campeggio, ma bisogna portarsi la propria tenda (se avessero anche affittato tende probabilmente sarei andata là), è piuttosto trascurato. Non so come facciano a chiedere 85 USD per una notte in una di quelle casette. Poi ce n’è un altro ancora più costoso, con dei bei bungalow (banda) lungo la spiaggia, carino. La bella sorpresa è stato però il Kimbilio Lodge, proprietà di un italiano e gestito da una milanese (e vista con i suoi occhi è stato quando mi son sentita sporca). Non è indicato nella LP perché è piuttosto recente. C’erano due ragazzi italiani ospiti. I primi turisti italiani che incontro. Molto carino come posto. Ci son 6 bungalow mi sembra, proprio in spiaggia praticamente, con un bel giardino e un ristorante con un carinissimo terrazzino a due metri dal mare. Un bungalow costa 60 USD, già scontato (ha sottolineato Elisabetta, prima che chiedessi), e da dividere in due sarebbe proprio un buon prezzo. Il pranzo invece costa 10 USD e la cena di pesce 20. Vabbè, essendo tutto fuori budget per me, ho promesso ad Elisabetta che sarei tornata per una birra, visto che quella almeno me la posso permettere. Per pranzo sono andata in un baracchino a mangiarmi le mie solite patatine con fanta a meno di un euro e son tornata lì per la birra. E quanto me la volevano far pagare? 5000 Tsh! Che son 2.5€, non è tanto, ma in un pub locale costa 1700 Tsh, e nel posto per occidentali più caro che ho visto finora costava 2500. Sarei stata disposta anche a pagare 3000, vista la bella location, ma 5000??!!! Per i visitors. Quelli che alloggiano lì la pagano solo 3000. Beh, ho deciso di rinunciare a quelle belle sedie sul terrazzino e me ne sono andata a leggere 10 metri più in là, sulla sabbia, all’ombra di una palma, con la mia bottiglietta di acqua calda. Anche lì verso le 4 del pomeriggio la spiaggia ha iniziato ad animarsi. Gente che corre e che passeggia. Bello. Un bel mare mosso. Non so se avrei avuto il coraggio di fare il bagno; non c’era nessun altro in acqua, ma questo è piuttosto normale. La sera ho guardato la partita Italia-Croatia in una “sala tv” del paese, una capanna con due mega-schermi da 16”, messi uno vicino all’altro per non so quale scopo, forse nel caso uno dei due prenda fuoco. Abbiamo dovuto aspettare che tornasse la corrente (in città c’era il classico black-out) ma ho fatto in tempo a vedere entrambi i gol. Sembrava tifassero Italia, sentivo spesso menzionare Balotelli e quando ha segnato Pirlo hanno esultato più di me, ma hanno fatto festa in ugual misura quando la Croazia ha pareggiato. Penso fossero semplicemente tifosi del bel calcio. Sembra che il calcio sia il loro sport preferito. Li vedo spesso giocare, in campi di erba o in spiaggia, e sono piuttosto bravi. 
Oggi sono andata a Kilwa Kivinje. È andata più o meno così:
09.30am Appena arrivata mi sono diretta alla German Boma, un edificio di origine araba riciclato dai tedeschi come sede del loro governo locale. Anche Kilwa Kivinje come Mikindani è stata un porto importante nel passato. Ora è un paese di pescatori. Davanti al German Boma c’è il porto, con tante barchette, e sul molo dove mi son seduta io c’è l’angolo dello sballo, dove si gioca a dama, si fuma, si beve whisky e si vende erba. Il tipo che vende l’alcool e l’erba deve fare proprio buoni affari. Alcohol o alcool o alcol alchol? Ma come si scrive? Io sono qua che scrivo e magari pensano che sia una giornalista. Probabilmente se prendo la macchina fotografica per fare una foto alla baia mi assalgono. E infatti mi hanno invitata ad andare via. Ok. Vado a vedere gli altri banchetti, dove c’è chi prepara il chai e chi frigge il pesce appena pescato. Io vengo agganciata da Mahad, che mi accompagna a fare un giro turistico del paese. Quando torniamo alla friggitoria mi prendo due calamari. Sono un po’ troppo salati, ma buoni. Li vedo spesso fare colazione con chai, chapati e carne o pesce. Anch’io ci ho provato qualche volta, ma la carne è sempre troppo dura. Questi calamari invece sono buoni. Mahad mi accompagna a bere un chai in quello che sembra essere la sua seconda casa. Lui gestisce una barca per la pesca, quindi passa tutte le giornate al porto. Deve essere messo bene perché ha una bella camicia e scarpe nuove. Dopo un po’ arriva un ragazzo a piedi nudi ma con dei denti bianchissimi, e siccome mi dice che vorrebbe imparare l’inglese, prendo il mio dizionarietto inglese-swahili e gli correggo la pronuncia mentre legge le frasi in inglese. Mi fa tenerezza il suo perseverare incurante della noia della gente attorno che lo sta ad ascoltare. Se non servisse a me, glielo regalerei quel libriccino. Ramadhani si chiama. Era venuto alla baracchina con un sacchetto pieno di pesci. “Devi averli pagati un bel po’ di soldi!” No, mi spiega Mahad. Li ha chiesti in giro, uno di qua e un altro di là, e la gente glieli ha dati. Che cari! È come se fosse stato adottato dalla comunità. I suoi pesci stanno lì, in mezzo al tavolo, e chi vuole se li può prendere. Kivinje mi piace. È un paesino tranquillo e la gente è molto simpatica. Ogni tanto viene qualcuno a bere il chai in questa capannina e si mangiano il pesce comprato da un’altra parte.
12h20 Stanno mettendo su il riso e le verdure ora. Sono sempre lì che cucinano e lavano, sedute su uno sgabellino a 5cm da terra, le pentole sul fuoco acceso sulla sabbia. Si mangia circondati da mosche e api, ma nessuno ci fa caso. Mi hanno fatto assaggiare un pezzo di polipo. Buono! Lesso questo. Ah, allora sanno cucinare anche in modo diverso! Finora avevo visto solo pesce fritto. Le donne qui sono molto belle. E anche gli uomini. Ramadhani è bello. Mahad sarebbe carino ma troppo basso per me. Mi chiede se sposerei un africano se me lo proponesse. Beh, sai, dalle mie parti di solito si cerca di conoscere un po’ una persona prima di sposarla… A lui non interesserebbe, perché una Mzungo sarebbe come un bel soprammobile, la gente andrebbe a casa sua solo per vedere la moglie bianca. Un bambino si è mangiato due craften con il tè. Ha pocciato anche le briciola più piccole. Ogni tanto mi spiava da dietro la caraffa. A 5 anni già sembra un ometto, che va da solo al ristorante a prendersi da mangiare. 14h10 Che bello. Sono ormai 3 ore che sto qua a insegnare inglese/imparare Swahili con Ramadhani. Per pagare il riso ha tirato fuori un sacchetto pieno di banconote da 5000 Tsh. Probabilmente ogni tanto fa qualche lavoretto per la gente del porto. Guarda i miei capelli bianchi e ride. Lo avverto che succederà anche a lui fra 10 anni, quando avrà la mia età. No no, a lui cresceranno bianchi quando ne avrà 40.
19h05 Sono al Night Market di Kilwa Masoko. Saidi mi ha trattenuta qui a parlare. Katty Gianfranco mi chiama, perché Piazza gli viene difficile da pronunciare. Del resto lui si è presentato come Saidi Khalifa, e Khalifa è il nome di suo papà. Vende banane. Spera di riuscire a vendere tutto il banchetto prima delle 22, quando chiude il mercato. Peccato che domani vado via, sennò mi insegnerebbe come cucinare l’ugali. Già, peccato. Sono seduta sulla panchina vicino a Saidi, un tipo arriva e mi chiede quanto costano le arance. Le chunga più piccole mia moja, quelle più grandi mia mbili. Penso che avrei successo come fruttivendola qui. 
Alcune abitudini dei Tanzaniani mi piacciono. Per esempio ho scoperto che bevo molto volentieri un bel bicchiere di latte caldo la sera. È stato la mia cena, con due crapfen. Ho già mangiato la mia razione di riso per pranzo oggi. Mangio anche un’arancia, ringrazio Saidi e me ne vado a letto. Domani l’autobus per Dar Es Salaam è alle 5 del mattino. Finiranno mai queste levatacce??

Lindi, ancora

Sono ancora a Lindi. L’oceano mi ha trattenuta. Dovrei partire domani ma non so se ce la faccio. Anche Kilwa, la mia prossima destinazione, è sull’oceano, ma qui sto in una guest house che si affaccia proprio al mare, è troppo bello uscire la mattina e trovarmi in spiaggia.
Ho passato la giornata a cazzeggiare. Alle 6.30 ero sveglia, come al solito. Dopo colazione sono andata a fare una passeggiata su una collina qua vicino per vedere Lindi dall’alto. Molto carina, le case tra le palme e la baia in lontananza. Poi mi son rifugiata per 3 ore in un pub a leggere. Ho bevuto due fante. Forse per questo continuo ad avere un pancione, bevo troppe bibite gasate.
La spiaggia è stata semi deserta per tutta la giornata. Ma verso le 4.30 del pomeriggio comincia ad animarsi. Non fa più tanto caldo e la gente che finisce di lavorare va a farsi una passeggiata in spiaggia. C’è chi gioca a calcio, chi corre, chi va in acqua a prendere dei pesci con le mani, ci sono barchette che tornano e vendono il pesce, c’è il solito gruppo che canta e prega. Son qui seduta che li guardo tutti. Finché aspetta che gli arrivi la palla, un ragazzo balla. Le donne vorrebbero partecipare all’asta del pesce ma il richiamo della musica è troppo forte. Non riescono a stare ferme. Il direttore dell’asta non sembra tanto scocciato perché si mette a ballare pure lui. Sembrano posseduti. Qualcuno chiede qualcosa alle donne, e queste rispondono continuando a ballare e cantare. Si mettono un cesto di pesci in testa e continuano a ballare verso casa.
Una bambina si mette le mani davanti agli occhi per non guardarmi. Devo farle proprio paura. Probabilmente qui c’è il giochino “avete paura della donna bianca?” “sìììì!!!” “la volete?” “nooooo!!!” e via tutti a scappare. Ora mi spia dalle fessure tra le dita. Mi è capitato anche di far piangere un bambino. Più lo avvicinavano a me e  più lui strillava. Poverino… Intanto di là continuano con i loro gospel. Mi invitano a partecipare al loro trenino, ma stavolta mi sa che sto qua a guardare. Mi si avvicina Emmanuel: “God Loves You!”. J mi spiega che vengono in spiaggia a fare i gospel dalla domenica al martedì. Domenica mattina se voglio c’è la messa nella chiesa in collina. Bello questo modo di pregare, con canti e balli, tanta eccitazione e partecipazione. Deborah e Sabrina ora mi tengono compagnia. Quando capisco i loro nomi vuol dire che sono cristiani.
È arrivato un ragazzo che vende chungwa, arance. Non ne ho voglia, ma ne prendo una a testa per i miei amici. Mano a mano che pela un’arancia arriva qualche altro bambino. Alla fine son dieci arance, divise tra una ventina di bambini, e io son rimasta senza (nel frattempo a vedere loro con le loro arance succose mi era venuta voglia). Facciamo qualche foto, ma c’è sempre qualcuno che fa le boccacce, non capisco questo vizio che hanno….
Ormai è buio. Vado in città per un po’ di riso e verdure. Mi convincono anche a prendere un succo di passion fruit, sicuramente è allungato con l’acqua e probabilmente mi verrà il cagotto. Torno alla guest house e il ragazzo in portineria mi vuol parlare. Vuole insegnarmi un po’ di swahili. Che caro! Se trovassi qualcuno che mi insegna swahili durante il giorno starei qua molto volentieri. Si arriva alle solite domande. Lui ha 24 anni e non è sposato. Non lo può fare, la sua vita è troppo brutta. Prima deve diventare il boss. Da portiere di notte a boss, spero non gli ci voglia troppo tempo!
21hrs, Na kwenda kulala (vado a dormire). Quanto bello è ?????

Lindi

Stanno tutti guardando Inghilterra-Francia. In Europa come in Tanzania. Ho saputo dalla gente in strada stamattina che l’Italia ieri ha pareggiato con la Spagna. Della gente al pub mi aveva invitata a guardare la partita con loro stasera, ma non mi va di star fuori col buio (e qui alle 18.30 è già notte).
All’inizio Lindi non mi aveva fatto un’ottima impressione. Stamattina quando sono uscita ho camminato un po’ lungo l’oceano e dei pescatori a cui avevo fatto una foto da moooolto distante (facce indistinguibili) mi hanno fatto andare da loro e quando sono stata là mi han chiesto dei soldi per la foto. 100 Tsh, cioè 5 centesimi di euro. Più una presa per i fondelli che una vera richiesta di risarcimento, ma mi ha un po’ disturbata la cosa. Poi però sono stata in stazione a fare colazione (vicino alle stazioni dei bus ci son sempre i baretti più loschi ed economici) e finalmente ho avuto la mia razione di chai e chapati che tanto mi mancava. E lì fuori ho parlato un po’ con un signore simpatico. Praticamente in 10 minuti avevo già visto tutto quel che c’era da vedere in città. La costa con i pescatori, la German Boma anche qui come a Mikindani, però abbandonata e decadente. La rotatoria principale. I due ristoranti indicati nella Lonely Planet. Non sapendo cosa fare mi son lanciata in uno di questi per una seconda colazione. Con caffè stavolta. Niente a che vedere con il caffè del Africafè in Arusha, un normale caffè solubile, però mi dà l’illusione di bere qualcosa di cui ho bisogno. Sono stata lì quasi un’ora. Poi mi son alzata con l’idea di tornare in albergo per stare un po’ in internet, perlomeno durante le ore calde (il tè e il caffè mi avevano fatto sudare come una matta), e son passata vicino al pub dei poliziotti con la pubblicità della birra in bella mostra e mi è venuta una gran voglia di berne una. 11.30 della mattina. Lì c’era un tipo, Cuthbert, che mentre prendevo la birra ha cominciato a parlarmi un po’. Mi son seduta a un tavolo e ho cominciato a leggere il mio libro e la cameriera mi porta un tovagliolo con il numero di telefono di Cuthbert. Poi mi arriva una birra offerta da lui (ops). E dopo un po’ arriva pure lui. Alla fine la birra è andata a un suo “fratello” (io ero già brillina dopo la prima), ma mi ha offerto il pranzo (indovinate un po’? Chipsi mayhai, la frittata di patatine). Siamo stati lì un paio d’ore a parlare di niente. Mi ha detto di essere un businessman. Qui un po’ tutti se non hanno un lavoro con un nome determinato, sono “agents” o “business people”. Questo lo doveva essere per davvero visto che portava le scarpe. Ha fatto un po’ il misterioso, ma alla fine mi ha detto che vende carbone a Dar Es Salaam. Non ho capito bene, ma non dev’essere completamente legale, perché deve pagare i poliziotti e tenerseli amici (per questo è sempre al bar della polizia). Mentre eravamo lì è venuto un vecchietto a vendere cocomeri; gli ha chiesto qualcosa in swahili, si allontata e dopo un po’ lo vedo che torna con due sigarette, una per lui e una per Cuthbert; si era seduto al tavolo con noi ma il mio amico l’ha mandato via. Credo gli abbia offerto il pranzo però, oltre alla cicca. Comunque dopo un paio d’ore ha deciso che ne aveva abbastanza e mi ha detto che aveva una questione da sbrigare. È tornato all’altro tavolo a finirsi la birra con gli amici. Ci siamo dati appuntamento per le 6 della sera per fare non so che.
Allora son tornata in albergo. Ci son stata poco, giusto per lasciare che passasse la calura di mezzogiorno. Alle 3.30 circa sono andata in spiaggia a leggere. All’ombra, perché vestita da capo a piedi non sto bene al sole. Una ragazza è venuta a chiedermi dei soldi, ma non ha insistito troppo. Una barchetta ha attraccato in spiaggia e dal nulla è comparsa una folla di gente per partecipare alla solita asta del pescato. Dopo un po’ è arrivato Francis. Visto che sembrava non volermi lasciare sola, gli ho chiesto di accompagnarmi per una passeggiata lungo il mare. Abbiamo camminato a lungo ed è stato molto piacevole perché parlava un buon inglese e mi ha spiegato bene il sistema scolastico tanzaniano. Praticamente le scuole pubbliche sono gratis per i primi 7 anni (primarie) e costano poco per le superiori. Però se non superi gli esami del settimo anno, non puoi passare alle secondarie. Puoi solo entrare in una scuola privata, che però solo in pochi si possono permettere. Ci sono anche università pubbliche, a numero chiuso, solo per i più meritevoli, e lui è uno di questi. Ha studiato medicina e lavora all’ospedale regionale di Lindi. Spera un giorno di riuscire a fare un master all’estero, perché sarebbe un’ottima esperienza per il suo curriculum, ma è molto difficile ottenere delle borse di studio. Siamo passati davanti a un gruppo di persone che ho visto in spiaggia anche ieri sera; mi avevano invitato a pregare con loro. Francis mi ha spiegato che stanno facendo le prove di canto. In spiaggia perché con il rumore delle onde che copre il coro, si sforzano di più e la loro voce diventa più forte. O qualcosa del genere. Mi è dispiaciuto doverlo mollare per andare da Cuthbert, ed ero tornata a cercarlo, ma non ho ben capito in che bar era andato a vedere la partita. Comunque cavoli, anche qua faccio fatica a star dietro a tutti i miei uomini! 🙂 ovviamente è una battuta.
E poi questi altri che mi hanno invitata a vedere la partita con loro, e l’oceano a due passi (anche se ci posso mettere solo i piedi dentro, il suono delle onde mi culla la notte), la guest house che è carina e costa poco (oggi hanno fatto le pulizie, mi hanno cambiato le lenzuola e messo un asciugamano pulito e il sapone, manca solo la carta igienica)… mi è venuta voglia di star qua un’altra notte. Vediamo come mi sveglio domani mattina.
Mi sa che non vado a vedere il secondo tempo perché ho già sonno.

MIKINDANI

Sembra che il mio blog stia diventando un po’ noioso. Un po’ come il mio viaggio del resto. Cioè, negli ultimi giorni non ho fatto che passare di paese in paese, girovagando tra le vie, con poco di interessante da raccontare, forse perché la gente qua al sud parla poco inglese, e non essendoci delle vere e proprie attrazioni turistiche, non è che mi resti molto da fare.
Comunque la gente qui anche se non mi parla è molto gentile. Sono meno abituati agli stranieri, anche se a Mtwara in realtà vivono circa 800 occidentali, ma stanno sulle piattaforme petrolifere nell’oceano (mi è stato detto).
Mikindani è un paesino swahili molto carino a soli 10 Km da Mtwara. A suo tempo è stato il porto più importante della zona. Con l’abolizione della schiavitù ha perso importanza e solo alla fine dell’Ottocento con l’occupazione tedesca è tornato ad essere un grosso centro commerciale. A testimonianza di questo restano il vecchio mercato degli schiavi, che ora è occupato da un paio di negozietti, e l’OldBoma, la sede centrale del governo tedesco del tempo, che è stato restaurato in un hotel bellissimo.
L’albergo dove sto a Mikindani organizza immersioni dalle parti di Mtwara, così poco dopo il mio arrivo ne ho fatta una. Siamo ripassati per il fish market, speravo di ritrovarci il  mio bel pescatore, ma con la bassa marea si riposa anche lui. Sono stata in acqua un’ora quasi. La visibilità non era perfetta, però ho visto qualche pesciolino carino e qualcuno che mi ha spaventata; comunque era da quasi tre anni che non facevo un’immersione, è stato un bel modo tranquillo di riprendere confidenza. È bello tornare tra i pescetti ogni tanto.
Di ritorno a Mikindani, non ho fatto in tempo ad allontanarmi più di 100m dal mio albergo (molto carino tra l’altro, e tra i più cari in cui sono stata finora) che subito sono stata accalappiata dal mio amico-guida dell’occasione. Ismu. Penso abbia sui 17 anni. Non gliel’ho chiesto. Il suo inglese non è ottimo, ma lui sembra non esserne consapevole, dato che si dilungava in spiegazioni dei vari edifici di cui capivo praticamente niente. Però è stato carino. Più che altro perché la sua compagnia mi ha permesso di avvicinarmi alla gente del luogo. Qui in Tanzania gli adulti difficilmente son felici che si prenda foto di loro, e se non sanno parlare inglese difficilmente ti salutano, soprattutto le donne. Al mercato di Mikindani ho comprato del pane dolce fritto e dei bagigi, che son stata felice di condividere con dei bambini che erano lì in strada (ci sono un sacco di bambini ovunque in Tanzania!!), e in cambio mi hanno permesso di fotografarli. Belli che sono! Poco più avanti c’erano delle donne che ballavano mentre un’altra batteva il ritmo su un secchio rovesciato. Mi hanno invitata ad aggiungermi a loro. Che ridere. Mi facevano vedere come sculettano loro e quando io cercavo di imitarle scoppiavano a ridere. E quando ho preso il più piccolo dei bambini come mio cavaliere si sono messe a ridere ancora di più. Ho solo dovuto fare una piccola offerta per non so quale causa. Dopo un paio d’ore in giro per il villaggio Ismu mi ha portata a bere una sprite lungo la costa. Avevano messo tre sdraio di plastica su un soppalco sopra la spiaggia piena di sacchetti di plastica, con dei teli a riparare dal sole e da sguardi indiscreti. Ismu si è messo le mie ciabatte e i miei occhiali ed ha voluto che gli facessi una foto. Faceva ridere. Ne devo stampare una e mandargliela. In realtà la manderò all’albergo e loro la consegneranno a lui. Ho visto a Mtwara che negli uffici postali ci sono delle cassette numerate. Penso sia lì che le famiglie ricevono posta. Dovrebbero tornare a fare qualcosa del genere anche in Italia, visto come funziona il servizio.
A Mikindani ho scoperto che in Tanzania ci sono 3 livelli di ristoranti: quelli che non hanno neanche un’insegna fuori, praticamente sono la cucina di una famiglia, in cui puoi fare colazione per 500 Tsh, circa 25 centesimi, e 700 per l’ugali con verdure. I ristoranti locali veri e propri, dove ce ne vogliono 50 di centesimi per far colazione e circa 2000 per cenare. E i ristoranti occidentali, di solito gestiti da occidentali, che costano come da noi o quasi. Io ovviamente questi li evito completamente. Al massimo ci vado per una birra, se hanno un giardino o una vista particolarmente carini. L’albergo dove sono alloggiata ha un ristorante che è piuttosto conosciuto in questa zona della Tanzania, ed ha sempre clienti stranieri che vengono da fuori Mikindani, per cui sono stati piuttosto sorpresi quando hanno visto che non ho mangiato lì. Diciamo che non sono stata la loro cliente ideale. Spesso vengono qui per il week end stranieri che vivono a Dar Es Salaam. In effetti è un bellissimo posto per rilassarsi, si possono fare immersioni o snorkelling o noleggiare una canoa e farsi un giretto nella baia. C’è addirittura uno “yacht club” (senza yachts) con una guardia che tiene alla larga sguardi indiscreti se si ha voglia di fare un bagno in mare (solo con l’alta marea però).
La stessa notte che sono stata io a Mikindani c’era anche un gruppo curioso di persone. Ho scoperto poi che si trovavano lì da diverse parti della Tanzania per un meeting di lavoro. Il gruppo era composto da un austriaco che vive in Tanzania da 23 anni e in Africa da quasi 30, una ragazza indiana che gestisce un’agenzia ad Arusha che organizza tour in qualsiasi parte della Tanzania, un altro tizio sempre di origine indiana sembrava, che però non so cosa faccia, e un membro del Parlamento della Tanzania. È stato proprio quest’ultimo che è venuto a parlarmi e mi ha proposto di farmi accompagnare a Lindi dall’austriaco. Il MP avrebbe preso un aereo per Dodoma invece. Mi ha dato anche il suo biglietto da visita. Non so a cosa mi possa servire l’email di un parlamentare Tanzaniano, ma è stato molto gentile con me e penso che possa fare qualcosa di buono per il suo paese. Mi sembrava un po’ di stare con Nelson Mandela. Così con l’austriaco ho accompagnato l’MP e gli indiani-tanzaniani all’aereoporto, e poi noi siamo andati a Lindi.
Il viaggio in macchina è stato una bella alternativa ai soliti bus super affollati. E ho avuto l’occasione di parlare con qualcuno che conosce il Paese abbastanza bene. Mi ha confermato che la gente del Sud è molto più ospitale del resto della Tanzania. E nonostante quel che si dice, non è vero che son scansafatiche. Lui non tornerebbe in Austria perché qui la gente sa godersi la vita molto di più, non come in Europa che ci si preoccupa solo del lavoro. Sarà che qui se uno ha buone idee trova comunque qualcosa da fare e non è tanto difficile iniziare un’attività come da noi. E qui la gente ride ancora di cuore. Quand’è stata l’ultima volta che ho riso veramente io?
01 02 03 04 05 06 07 08