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L’arte del contrattare

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In Tanzania ho scoperto un’abilità che proprio non pensavo di avere. So contrattare. In Africa tutto ha un prezzo variabile; la stessa penna può costare 15 centesimi in un posto e il doppio in un negozio due metri più in là. Lo stesso vale per souvenirs, vestiti, biglietti degli autobus, chapati. È piuttosto normale che cerchino di spillare più soldi agli occidentali, che in media guadagnano 10 volte di più di un locale, ma a volte i prezzi sono veramente esagerati. Non dico di togliere loro ogni guadagno (a volte mi son sentita in colpa per aver abbassato troppo il prezzo), ma volendo si può fare un affare che ci permetterà di spendere i soldi risparmiati in altri posti. Alcune regole aiutano a destreggiarsi in questa attività che può risultare divertente.
1.       Se possibile informarsi in anticipo su quanto può valere una cosa. Questo vale soprattutto per i biglietti degli autobus. Per esempio ad Arusha mi volevano vendere un biglietto per Babati a 18.000 Tsh, ma io sapevo che costava 5000 e dopo una breve ricerca ho trovato chi mi ha venduto un biglietto a quel prezzo.
2.       Se ci viene proposto di pagare 100, non sentirsi in imbarazzo di offrire 10. La maggior parte delle volte è il prezzo che più si avvicina a quello giusto.
3.       Farsi un’idea di quanto si è disposti a spendere per la cosa in oggetto. Anche se il valore reale risultasse più basso, dovremmo comunque accettare il fatto che eravamo d’accordo a pagare quel prezzo, che ci sembrava giusto (per il safari io ho pagato 480 USD, i miei compagni anche 800; se hanno accettato di pagare quel prezzo, non possono lamentarsi solo perché io sono stata più brava di loro a contrattare!).
4.       Quando il venditore non vuole cedere, uscire dal negozio, far vedere che si può fare a meno della cosa. La maggior parte delle volte il venditore accetterà il prezzo offerto (anche se non con un gran sorriso). Se non accetta vuol dire che veramente il valore è più alto, così nel prossimo negozio sapremo fino a dove possiamo arrivare.
5.       Mai controllare il prezzo di una cosa già comprata. Potremmo provare una grande delusione nel sentire che chiedono meno di quanto abbiamo faticato tanto a ridurre. 

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In Tanzania ho scoperto un’abilità che proprio non pensavo di avere. So contrattare. In Africa tutto ha un prezzo variabile; la stessa penna può costare 15 centesimi in un posto e il doppio in un negozio due metri più in là. Lo stesso vale per souvenirs, vestiti, biglietti degli autobus, chapati. È piuttosto normale che cerchino di spillare più soldi agli occidentali, che in media guadagnano 10 volte di più di un locale, ma a volte i prezzi sono veramente esagerati. Non dico di togliere loro ogni guadagno (a volte mi son sentita in colpa per aver abbassato troppo il prezzo), ma volendo si può fare un affare che ci permetterà di spendere i soldi risparmiati in altri posti. Alcune regole aiutano a destreggiarsi in questa attività che può risultare divertente.
1.       Se possibile informarsi in anticipo su quanto può valere una cosa. Questo vale soprattutto per i biglietti degli autobus. Per esempio ad Arusha mi volevano vendere un biglietto per Babati a 18.000 Tsh, ma io sapevo che costava 5000 e dopo una breve ricerca ho trovato chi mi ha venduto un biglietto a quel prezzo.
2.       Se ci viene proposto di pagare 100, non sentirsi in imbarazzo di offrire 10. La maggior parte delle volte è il prezzo che più si avvicina a quello giusto.
3.       Farsi un’idea di quanto si è disposti a spendere per la cosa in oggetto. Anche se il valore reale risultasse più basso, dovremmo comunque accettare il fatto che eravamo d’accordo a pagare quel prezzo, che ci sembrava giusto (per il safari io ho pagato 480 USD, i miei compagni anche 800; se hanno accettato di pagare quel prezzo, non possono lamentarsi solo perché io sono stata più brava di loro a contrattare!).
4.       Quando il venditore non vuole cedere, uscire dal negozio, far vedere che si può fare a meno della cosa. La maggior parte delle volte il venditore accetterà il prezzo offerto (anche se non con un gran sorriso). Se non accetta vuol dire che veramente il valore è più alto, così nel prossimo negozio sapremo fino a dove possiamo arrivare.
5.       Mai controllare il prezzo di una cosa già comprata. Potremmo provare una grande delusione nel sentire che chiedono meno di quanto abbiamo faticato tanto a ridurre. 

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KARIBU NYUMBANI

KARIBU NYUMBANI

Jambiani

Quando una si sveglia alle 6 per godersi l’alba, spera di poterlo fare non dico sola, ma perlomeno in pace. Invece a quell’ora il villaggio era già sveglio ben più di me. In spiaggia c’erano donne che raccoglievano conchiglie, un tipo che per risparmiare mentre aspetta il suo prossimo lavoro dorme sul lettino dove io di giorno prendo il sole, mentre in strada il primo dalla-dalla per Stone Town è passato suonando il clacson e un venditore di non so cosa suonava una trombetta per avvertire del suo passaggio.
“Benvenuta a casa”, mi ha detto Leonard quando ieri sera sono tornata dalla mia perlustrazione della spiaggia. Sono a Jambiani, sulla costa Sud-orientale di Zanzibar. In effetti dopo le prime ore in cui pensavo che tre giorni qua sarebbero stati super noiosi, mi son pentita di non essere arrivata prima. Comunque non mi era mai successo di visitare un Paese in cui ogni posto mi cattura e faccio fatica ad andarmene. Non saprei decidere dove vivere, se dovessi farlo. Stone Town mi piace per l’attività, i baretti, il cibo a pochi soldi e la gente, Jambiani per la tranquillità del posto e dei suoi abitanti. Il Kimte, l’albergo  dove sto, è come una grande famiglia. Sono tutti fratelli, non di sangue, felici e rilassati. Fanno colazione con una canna e continuano fino a notte inoltrata. E mi viziano: uno mi offre una spremuta, un altro una fetta di ananas dolcissima, uno un pugno di pot pourri che ha fatto lui stesso dal profumo delizioso. C’è anche un bimbo dagli occhioni svegli, Karim. Cappuccino, come dicono qui, il padre è un nero dai capelli rasta e la madre siciliana. È un po’ viziato da tutti gli zii che ha attorno. E c’è un cagnolino dalla testa gigante che quando allunghi la mano per accarezzarlo ci mette la zampetta sopra. Tenero! Stamattina mentre ero sull’amaca che aspettavo la mia colazione Testagrossa si è messo ad abbaiare contro una conchiglia. Ne avevo presa una carina per portarmela a casa, ma il granchietto che c’era dentro se l’è portata via. Peccato.
Comunque per venire qua da Kendwa ho dovuto prendere un dalla-dalla fino a Stone Town e da lì un altro, per un totale di 4 ore, per fare qualcosa tipo 50 km. A un certo punto sul dalla-dalla mi hanno messo in braccio una bimba di appena due settimane. Pensavo di doverla passare a sua mamma una volta che fosse salita sul dalla-dalla, invece vedo che nessuno fa segno di volersela riprendere. Così sono stata un’ora con questo fagottino in braccio, senza sapere se la mamma fosse effettivamente sul bus; già pensavo a come nasconderla per passare la frontiera. Ma sì, alla fine la mamma (o la sorella, non so) se l’è ripresa. Qui i bambini vanno sempre in braccio degli estranei quando sono sui bus, ma non pensavo affidassero una neonata a una mzungo! E se mi cadeva con tutti quegli scossoni?
Jambiani è un villaggio che si sviluppa per circa 5 chilometri lungo una strada che affianca l’oceano. Si può nuotare solo con l’alta marea, un paio di ore al giorno. A qualche chilometro al largo c’è una barriera naturale di scogli. Con la bassa marea ci si può arrivare a piedi, passando tra coltivazioni di alghe e di cozze. Sembra un paesaggio lunare con la bassa marea, ci son tanti piccoli crateri pieni di acqua.
Ho guardato la partita contro la Germania in spiaggia, in compagnia di una coppia di tedeschi, fatalità. Ad ogni gol di Balotelli i Tanzaniani erano ovviamente super eccitati. Perché è un loro fratello. Ma si sono divertiti molto anche quando il portiere tedesco ha cominciato a fare il “cheesi”, il pazzo, e ad andare oltre la sua metà campo. Ahah, come ridevano di gusto. Faceva un freddo cane quella sera. Avevo una felpa addosso ma mi son dovuta mettere vicino al fuoco per scaldarmi, e il fumo mi faceva lacrimare gli occhi. Possibile che a giugno, con il caldo che fa in Italia, devo venire a Zanzibar a prendere il freddo??? Comunque qua c’hanno una passione per i fuochi in spiaggia. È il loro spettacolo preferito, non avendo la tv in casa. Anche a Kendwa accendevano sempre il fuocherello alla sera, e c’erano sempre dei neri intorno, solo loro. I bianchi erano al bar ad ubriacarsi.
Ieri sera Leonard mi ha chiesto di accompagnarlo in un posto. Ho scoperto per strada che era casa sua, dove doveva prendere del miele per i cocktails. La sua casa è stranissima. Sembra un uovo con due estremità appuntite, muri bianchi e tetto di paglia. Dentro ci sono due stanzette e un bagno. Per cucinare accende un fuocherello fuori. La casa è piuttosto spoglia, come le altre che ho visto. Ci sono due letti e un mobiletto. I vestiti li tiene dentro uno zaino. Un paio di scarpe e uno di ciabatte sono fuori dalla porta, che chiude con un lucchetto. Non gli serve molto. Mi ha lasciata lì mentre andava a sistemare capre e galline e scoreggiare. Mi ha dato dei fiori di Jasmine che tiene in giardino; li usa per profumare la casa, dice. Volevo  chiedergli quando è stata l’ultima volta che se li è portati dentro, perché io ho sentito solo odore di muffa.
Ieri sera attorno al falò eravamo una decina. Un paio suonavano il bongo mentre qualcuno cantava una canzone dalle parole inventate, e gli altri ripetevano in coro. C’era Jacobo, un maasai sui vent’anni, che mi ha raccontato del suo leone Mwobu, che ha cresciuto per 16 anni con latte e basta. L’ha chiamato “mwobu” che vuol dire “ho tagliato e aperto la pancia e ti ho tirato fuori”, che è quello che ha fatto. L’ha preso dalla pancia della madre dopo averla uccisa perché gli mangiava le mucche.

Beach Boys a Kendwa

Ci ho messo un po’ di giorni, ma alla fine sono riuscita ad abituarmi a questo posto. Non faccio altro che leggere, dormire e qualche volta mangiare, che voglio di più? È stato un po’ uno shock all’inizio. Sono finita in questa specie di resort pieno di bianchi che prendono il sole, bevono cocktails e giocano a beach volley. All’inizio volevo scappare. Mi sembrava di essere in una qualsiasi spiaggia europea, non fosse stato per l’acqua verde. Camminando verso Nungwi, l’altro paese qui vicino, la spiaggia è fiancheggiata da una continua fila di hotel e villaggi italiani. Così distante dalla Tanzania a cui ero abituata! Però ecco, sono cinque giorni che sto qui alla fine, e ci potrei restare ancora a lungo, perché
1. La colazione è super abbondante
2. Sono un po’ stanca di prendere gli zaini in spalla.
L’unica scocciatura è che non ci sono molti ristoranti locali. Solo posti per turisti, un po’ costosi (da spenderci 4-5 euro). Ci sono anche un paio di ristoranti locali, ma le opzioni sono fagioli e crapften o crapften e fagioli, illuminati dalla debole luce di una lampada ad olio, e qualche volta ci sono andata, ma mi manca la zuppetta di Stone Town. Per evitare di spendere troppi soldi in cibo mi sto riempiendo fino a stare male per colazione, visto che è inclusa nel prezzo, ma è inutile, per quanto faccia il pieno di cibo all’una mi viene fame un’altra volta. Allora stamattina ho provato a fare colazione un po’ più tardi, magari resisto fino alle 3, quando cominciano a fare le patatine che costano poco e calmano la fame, e stasera però dovrò spendere i soliti 4 euro per cenare.
All’interno del resort si sta bene, ci sono dei bei lettini in cui spaparanzarsi al sole e bruciarsi le chiappe (per fortuna è sempre nuvoloso! Durante l’unica mezz’ora che c’è stato il sole mi sono ustionata), e c’è un numero limitato di gente che rompe. I “beach boys”, i ragazzi che vendono gite in barca, snorkelling, magliette, foulard, conchiglie giganti e tatuaggi, non possono superare il confine del resort segnato da una fila di palme. Però possono attirare la tua attenzione chiamandoti, restando per delle ore con la loro mercanzia in mano sperando che qualcuno trovi la forza di alzare il culetto rosa dal lettino, e approciandoti non appena osi attraversare il confine.
Il mare è bellissimo ma mi ci bagno poco perché è pieno di meduse, che anche se dicono che non fanno niente, a me fanno una paura bestiale. La sera poi si può stare al bar qua in spiaggia o andare al “Raggea Bar”, appena fuori il resort, il locale non per turisti più frequentato di Kendwa, probabilmente perché l’unico. Ci sono andata un paio di volte a mangiare le patatine fritte, e c’è sempre qualcuno che beve e fuma, a qualsiasi ora del giorno.
Anche qui c’è chi si offre di accompagnarmi nelle prossime tappe, promettendomi una vacanza “indimenticabile” e di sperimentare la “vera” Zanzibar con la gente del posto. Io ascolto per cortesia e resto zitta, non sapendo più come rispondere.
Uno dei ragazzi che lavorano alla reception mi ha appena detto che è molto “disappointed” perché ieri sera non sono tornata da lui. Mi doveva parlare.
“Di cosa?”
 “Della mia Ong. Ho questo progetto per insegnare ai bambini dell’asilo e avevo bisogno di un tuo parere”.
Non so che tipo di consiglio gli potrei dare su come insegnare ai bambini dell’asilo e perché il mio parere sarebbbe più utile di quello che uno dei suoi veri amici gli può dare, ma ormai ho tradito la sua fiducia, non importa più.
18h15 Il sole stra tramontando sull’oceano davanti a Kendwa. Tutti corrono a fare foto. Eppure nessuna foto può riprodurre la magia di questo momento, la calma e l’energia allo stesso tempo. Sto bevendo un Sex on the Beach mentre prendo gli ultimi raggi di sole (l’unica debolezza che mi concedo durante la giornata), ma non non credo sia questo che mi da i brividi. Comunque oggi è stato soleggiato per tutto il giorno o quasi, per la prima volta in 6 giorni, eppure non mi sembra di essere diventata molto più nera di ieri, nonostante tutta la fatica. Probabilmente più nera di così non posso diventare. Un tipo sta suonando il bongo con la schiena appoggiata a un palo e lo sguardo rivolto alla palla rossa che è il sole. A cosa starà pensando? Davvero me ne voglio andare domani? In un posto dove non ci sono tramonti sul mare ma solo albe? Ho preso l’abitudine di svegliarmi alle 7, già troppo tardi per l’alba.
18h43 Non so cosa mi prenda ma non riesco a socializzare con gli altri Mzungo. Stanno giocando a beach volley e ne avrei una gran voglia anch’io, ma non riesco ad avvicinarmi. Di solito trovo la scusa “sono pari in squadra, che vado a intromettermi a fare?”; ora sono 5 contro 3 e c’è anche un mio amico swahili che gioca, ma ormai è buio e finiranno presto, mi dico. Sarà per la prossima volta. Domani mattina ce la farò ad andarmene? Stamattina avevo già preparato lo zaino e poi quando son venuta in spiaggia a fare colazione non ce l’ho fatta a partire. Ho paura che mi mancherà il tramonto nella costa ad Est dove voglio andare. Ma se succederà posso sempre tornare presto a Stone Town, dove conosco i posti giusti per mangiare ai prezzi giusti. C’è anche la musica che mi trattiene qui. Dal bar in spiaggia fanno sempre sentire della bella musica, soprattutto durante il giorno, tipo Buddha Bar, mentre la sera è un po’ più dance. Tipo adesso, quando solo il mio culo è fermo sopra la sedia, mentre tutto il resto è in movimento. È una canzone che si sente sempre anche in Italia, anche se non so chi la canti, qualcuno tipo Rihanna, e non so come mai non mi ha mai fatto questo effetto. Musica tutto il giorno tranne oggi, perché siamo stati senza corrente per quasi tutto il tempo e ancora ora ogni tanto salta. Hanno un generatore per l’occasione, ma evidentemente non lo usano durante il giorno, quando ci si vede lo stesso, mentre adesso la musica riparte dopo qualche secondo.
Due italiane stanno cercando di ordinare la loro cena a un tavolo vicino al mio.
Stasera un ragazzo mi aspetta al Raggae Bar, un altro alla reception, due qui in spiaggia. Come farò ad accontentarli tutti? mi sa che me ne andrò a letto presto come ieri sera, così non devo neanche fare la fatica di scegliere.
Sono le 7.28. Meglio che intanto vada a cenare o non mi restano più neanche i fagioli.
Mwanda. Si è appena presentato mentre stavo collegando il computer. Vive 2 chilometri a sud, in una capanna lungo la spiaggia, ed è felice che ci sia presto la luna piena perché il pannello solare che usa per produrre elettricità serve a malapena per avere un po’ di luce in casa. Questo mi ricorda che sabato ci sarà il “Full Moon party” proprio qui. Ci sarà gente da tutta Zanzibar per l’evento. Ancora più del solito, mi dice Mwanda, perché è l’ultimo party prima di Ramadan. Devo assolutamente andarmene prima. Per vivere alleva galline e capre, mentre delle donne coltivano alghe sulla spiaggia davanti a casa sua. Ha vissuto in Germania, ma dopo 7 anni gli è venuta una grande nostalgia di Zanzibar, il che non sorprende. Troppo freddo il mare là. Anche lui mi ha invitata ad andare nella costa ad Est, nonostante gli avessi appena detto che questi inviti sono uno dei motivi perché non sorrido tanto alla gente di qua. Ho già visto due stelle cadenti. Sono in spiaggia, perché c’è un punto dove internet prende di più; però ho la batteria quasi scarica. E le zanzare mi stanno mangiando. Ho mangiato calamari alla griglia per cena, con riso e patatine fritte. Buoni. Prima di salutarmi perché mi vede occupata con le mie cose e non mi vuole disturbare (-.-), mi consiglia lemongrass per tenere le zanzare lontane. Ok. Notte.
3 giorni a Stone Town

3 giorni a Stone Town

Stone Town

18 Giugno
Questa mattina alle 5 sono stata svegliata da delle voci. Non erano iene stavolta. Facevano ancora più paura. Uno spacciatore cercava di farsi dare dei soldi da un cliente che non voleva pagare. Non so cosa sia successo alla fine, ma credo che il ragazzo inglese sia riuscito a scappare. Rischia di prenderle per 10 euro. Boh.
Jackson. L’ho incontrato oggi pomeriggio in strada. Mi ha commosso chiacchierare con lui. È nato qua, ma i suoi antenati sono del Congo, schiavi liberati. Fa parte del 2% dei Tanzaniani cristiani. Non lo sente come un problema, basta non andare in cerca di guai. Lui è contrario alla separazione di Zanzibar dalla Tanganyika, perché vorrebbe dire debolezza, per entrambe. È cristiano, ma è convinto che ci sia un solo Dio uguale per tutti, l’Amore. Mentre siamo lì a parlare si sentono delle urla provenire dal Jaw’s Corner, dove ci si trova tutti i pomeriggi a giocare a domino, dopo la preghiera delle 4. Stanno discutendo sull’indipendenza e sul ruolo del movimento islamico, mi spiega. Quando dopo un po’ passo di lì il mio amico Ali mi conferma che sì, sono un po’ agitati oggi pomeriggio. Meglio che torni più tardi. Ok. Vado allo Slave Market intanto.
Come guida mi danno Joseph, che studia legge. Carino, anche lui cristiano, simpatico e mi racconta un sacco di aneddoti. Vedendo che prendo appunti, si mette a dettarmi la storia della schiavitù a Zanzibar. I Portoghesi iniziarono il mercato degli schiavi nel 15° secolo, dall’Africa Orientale portavano manodopera in Brasile e Caraibi. Alla fine del XVII secolo i portoghesi furono cacciati dagli arabi di Oman, che li sostituirono nel commercio. La destinazione però cambiò: Madagascar, a lavorare nei campi di canna da zucchero, in Seychelles, a Zanzibar nelle piantagioni di spezie, o come concubine in Oman e India. Gli schiavi venivano tenuti in 15 stanzette di circa 15 metri quadrati. Ci stavano 50 uomini, oppure 70 tra donne e bambini. Incatenati, ricevevano acqua e cibo una volta al giorno. Le stanze, con finestre minuscole, avevano il pavimento in fango e un canaletto in mezzo alla stanza come bagno, che veniva pulito una volta al giorno dall’alta marea. Molti morivano di fame, soffocamento e malattie prima di essere venduti. C’era una pianta di Jojoba a cui venivano legati uno alla volta, e frustrati davanti ai possibili acquirenti. Quanto più uno urlava, tanto meno valeva. Il 6 giugno 1873 gli inglesi obbligarono gli arabi a interrompere il traffico di schiavi. La sede del mercato venne chiusa. Il commercio però continuò, di nascosto, e gli schiavi anziché a Stone Town venivano tenuti nascosti in caverne sulla costa Nord-Est di Zanzibar, fino al 1907. Un missionario comprò la sede del mercato e ci costruì una chiesa sopra. Al suo interno c’è uno degli organi più vecchi che si trovano in Africa, è del 1880, portato dall’Inghilterra. All’entrata della chiesa ci sono delle colonne, che son state messe capovolte per errore, con la base in alto. Il vescovo che supervisionava la costruzione della chiesa si era dovuto assentare per un periodo, e al suo ritorno si è ritrovato con le colonne sotto-sopra. Beh, non è stata tanta colpa dei Tanzaniani che non avevano mai visto colonne simili prima e non avevano idea di quale fosse il verso giusto.
16h10 sono al Traveller’s Cafè. Il caffè costa caretto, 2500 Tsh ed è di quelli solubili, ma la location è spettacolare. C’è un pezzetto di spiaggia qua davanti, dove dei ragazzini giocano a calcio. Sono tornata da Ali prima. Mi ha spiegato che loro preferiscono separarsi dalla Mainland perché tutte le tasse che pagano vanno a Dar Es Salaam e loro non vedono niente (mi sembra di aver già sentito questa storia). I sistemi scolastico e sanitario sono pessimi, e stavano molto meglio prima. Non so mai come rispondere, perché non so cosa sia vero, se veramente la capitale non investe abbastanza sull’isola. Quel che so è che al Sud della Tanzania stanno messi peggio di qua. Per quanto riguarda le chiese a cui è stato dato fuoco qualche settimana fa, è stata opera degli uomini del governo che li vogliono discreditare. Loro non hanno niente contro i cristiani. Sono cresciuti insieme, mangiano insieme, giocano a domino, convivono da secoli; a Zanzibar è stata costruita la prima chiesa dell’Africa Orientale e la cattedrale è a due passi da una moschea. Ali è nato a Zanzibar, il padre a Pemba e la madre a Tanga mi sembra, sulla costa della Mainland. I nonni però sono di Muscat. Era sposato ma la moglie l’ha tradito e non è riuscito a perdonarla. Adesso lei è sposata con un’olandese e vive in Europa.
Magari mi faccio anch’io il bagno vestita come quei bambini, che me frega? E’ che poi ci metto una vita ad asciugarmi. Ad un tavolo qui vicino c’è un signore olandese che è anche lui in vacanza. Da 8 anni. Non riesce ad andarsene. Il miscuglio di razze di Zanzibar mi piace un sacco. Ognuno ha antenati che vengono da posti diversi. Sono belli. E parlano un buon inglese quasi tutti. ll che non aiuta il mio apprendimento dello Swahili.
19h45 sono tornata ai Giardini e son stata riacciuffata da Oki Doki, che vuole venire sulla costa a Nord con me. Perché vuole che la mia vacanza sia migliore di quello che mi aspetto. Che palle, non riesco a liberarmene. Rafiki rafiki mi chiama, amica. See….. mi porta a prendere una bibita al Sunrise, arriviamo tardi per la partita dell’Italia, e alla fine del primo tempo con la scusa che ho sonno me ne torno al mio albergo. Lì vicino guardavano pure gli europei, ma preferivano la Spagna. Peccato.
19 GIUGNO
Non so che ore siano. Asubuhi comunque, mattina. Prison Island. In realtà non ha mai funzionato come prigione. I monsoni nei Paesi intorno all’Oceano Indiano da dicembe a marzo portavano un sacco di barche piene di merci, indiani, arabi e malattie. Così hanno deciso di usare l’isola per mettere in quarantena gli ammalati.
Ora sull’isola c’è un hotel costosissimo e un centro per la salvaguardia delle tartarughe giganti. La più vecchia ha 150 anni. 150 a passare le giornate a mangiare e dormire!!! Dev’essere una noia…
Andiamo anche a fare snorkelling qua vicino. Ci sono dei bei coralli e pescetti. E meduse. Resisto poco in acqua. Pausa in spiaggia ad asciugarci e poi torniamo a Stone Town.
Pranzo al mio posticino preferito dove mi posso mangiare chapati e una zuppa buonissima di pomodoro, cipolla e dei pezzi di carne. Poi caffettino al Jaw’s Corner (il vecchietto vende il caffè a 0.05 euro l’uno, ma ne vende talmente tanti che a fine giornata qualcosa da mettere sotto i tenti ce l’ha! È anche buono il caffè, non è di quelli solubili). C’è un Barber Shop al Jaw’s Corner, dove Ali tiene nascosta la sua bottiglietta di whisky e viene a farsi un bicchierino  tra una partita e l’altra, senza che gli altri musulmani convinti lo vedano. Anche il Barber Shop è piuttosto indaffarato, tanti vanno a farsi la barba lì, non avendo elettricità a casa, e appesi a un muro ci sono caricabatterie per qualsiasi tipo di telefono, a disposizione dei clienti.
20h sono al Sunrise con Ali questa volta. Ali mi piace, almeno è simpatico e allegro e mi racconta storie interessanti. Siamo qui con i suoi amici, che si fanno un aperitivo a base di gin & tonic prima di cena, se si ricordano di mangiare. Un belga, che vive qua da 12 anni, è sposato con una del posto e ha 4 figli; ha aperto uno dei locali più frequentati dai turisti di Stone Town, ma ora si occupa principalmente di consulenze (di che tipo non ho capito). Joy, chiamato così perché quando beve si mette a cantare e ballare. Creamy, che non ho capito cosa faccia. Sono tutti sulla cinquantina, piuttosto benestanti direi, da quanto spendono in liquori. Si aggiunge un altro, un po’ più giovane, che cerca consiglio perché la moglie vuole divorziare ma lui non se la sente, ci è troppo affezionato, anche se lei lo tradisce, ha passato buona parte della sua vita con lei e non saprebbe stare senza. Lei per amore di lui si è convertita da cristiana a musulmana. Manca solo il terzo divorzio, quello definitivo. Sì, si convince, domani firma. Ali riceve una chiamata. Una famiglia dalla Mainland è appena sbarcata a Stone Town e cerca una casa da affittare per un mese. In 3 cercano di sistemare la famiglia appena arrivata. Il quarto continua a parlare di sua moglie, un po’ da solo, un po’ rivolgendosi a me. Lei non lo ama più ma non importa, vuole continuare a vivere nella stessa casa. Basta che veda l’altro con discrezione. Arriva un altro ragazzo, un artista, a scroccare una canna. Il belga è felice del suo matrimonio, mi dice, ma quando la moglie lo vede tornare a casa tutte le sere per cena ubriaco e fumato, sarà contenta?
20 Giugno
Sono ancora a Stone Town. Non riesco ad andarmene. Domani dai. Sono alla spiaggetta sotto al Traveller’s cafè. Edi mi sta insegnando un po’ di Swahili. Fin troppo. Probabilmente non ricorderò neanche una di tutte le parole che sta cercando di insegnarmi. In cambio io gli insegno un po’ di italiano, che lui già parla un pochino. Mi diceva Oki Doki che gli italiani sono dei buoni turisti. Ce ne sono tanti che vengono qua, di solito viaggiano in gruppo, in gite di una giornata dal villaggio in cui stanno sulla spiaggia, e spendono un po’ di soldi in souvenirs. Quindi la gente di Stone Town li accoglie volentieri. E quindi tutti parlano un pochino di italiano. L’altro giorno uno mi parlava con un accento calabrese da far paura! Mi dispiace per la gente che viene a Zanzibar e sta solo nei villaggi turistici. Si perdono un sacco. 
15h30 Jaw’s Corner. Il torneo inizia tra mezz’oretta. Intanto è pronto il caffè. E’ un’ora che aspetto. Nel frattempo il ragazzo del Barber Shop mi ha messo un po’ di musica nella usb e mi ha invitata a bere qualcosa e si offerto di accompagnarmi a Nord. Pure lui. Ha 26 anni, è sposato, e mi ha pure fatto conoscere suo figlio. Che vuole da me? La faccia che fa il tipo indiano quando gioca a domino! E come si incazza con il compagno se sbaglia qualche mossa!! mi sembra di vedere i vecchietti all’mcl.
18h20 Sono di nuovo alla spiaggetta del Traveller’s Cafè. Sono venuta a vedere il mio amico (che non ricordo neanche come si chiama) giocare a calcio. Cinque giorni che sono qua e mi conoscono tutti per strada. Penso che ci starei bene in questo posto. Dei ragazzini sono venuti in spiaggia ad allenarsi a fare i salti.

Ups and Downs in Stone Town

Tre voglie in particolare mi sono venute in questi ultimi giorni:
1. Cucinare. Non appena torno a casa accetto prenotazioni.
2. Andare a Sottomarina con i miei amici e la sera fermarci a mangiare la pizza a Chioggia.
3. Mettermi qualcosa di diverso da vestire. È un mese che metto le solite 3 magliette.
Sono le 15.38 e sono in camera, a Stone Town. Avevo bisogno di una pausa. Pensavo che Zanzibar sarebbe stata ancora più cara del resto della Tanzania, invece più o meno spendo gli stessi soldi. Per dormire ho pagato 20USD la prima notte, ma poi con la minaccia che avrei cambiato posto, il tipo mi ha abbassato il prezzo fino a 12USD. Ok. Bene. Ci sto dentro. Ieri sera ho speso 5000 Tsh per provare il polipo alla griglia ai Forodhani Gardens, dove tutti i turisti vanno a cenare almeno una volta quando sono qua, ma era troppo duro. Tornerò al mio riso da 1000 Tsh stasera.  L’unica cosa che mi costa tanto è il caffè, se voglio quello macinato fresco: 3000 Tsh (1,5 euro).
Stone Town è un labirinto. Mi ricorda la medina di Fez. Se non hai qualcuno che ti accompagna, la prima volta è impossibile trovare l’albergo che cerchi. Anche la quinta in realtà. Per fortuna c’è sempre qualcuno disposto ad accompagnarti. È molto bella la città. Gli edifici sono un mix di stili, arabo, indiano, africano ed europeo. Nei corsi dei secoli da qui sono passate un sacco di persone, soprattutto mercanti, schiavi e marinai dell’Oceano Indiano (indiani e arabi). Da qui è partito David Livingstone per le sue esplorazioni dell’Africa e qui è nato Faroukh Bulsara, prima di diventare Freddy Mercury, ma non si sa dove di preciso. Mi piace questo mischiotto. Anche le persone sono un bel mix: ci sono neri nerissimi, e neri dai tratti arabi e indiani. E come nel resto della Tanzania convivono musulmani e cristiani. Un paio di settimane fa però qualcuno ha dato fuoco a 4 chiese, qua a Stone Town. Alcuni musulmani vogliono una Zanzibar indipendente e islamica. Non sono sicura che però un paese simile attirerebbe tutti questi turisti. L’ambasciata italiana a Dar Es Salaam mi aveva mandato un sms avvisandomi di evitare alcune zone di Stone Town (che non so neanche dove siano, probabilmente fuori dal centro turistico). Comunque ora è tranquillo, la polizia sta bene attenta a che non ci siano altri disordini.
L’unica scocciatura del camminare per la città è che tutti ti chiamano per venderti tours, il giro delle spezie, all’Isola della prigione (dove ci sono le tartarughe giganti), a vedere i delfini, o la barchetta al tramonto. Io non ho voglia di fare neanche uno di questi. Mi basta girare per le stradine, giocare a calcio con una bottiglia di plastica e un bimbo di 5 anni, guardare gli uomini che giocano a domino e che per farsi i segni battono le pedine sul tavolo in una maniera assordante, dividere le mie arance da 5 centesimi con i bambini, bere il caffè in strada dalla stessa tazzina usata un secondo prima da un altro cliente, dopo una veloce risciacquata nella solita bacinella (bello trovare il caffè così disponibile dappertutto, dopo un mese in cui dovevo cercare duramente per berne uno!).  
Stamattina ho fatto colazione con due koreane. Mi hanno detto che sono in viaggio per un mese. Ah bene, solo in Tanzania? Ho chiesto. Sìsì, mi risponde una. “Ma dai, delle koreane atipiche”, penso. E invece la sua amica subito la corregge “no no, un mese in Africa! Siamo state in Sud Africa, Namibia, Botswana, Zimbabwe, Malawi, Zambia e dopo la Tanzania andiamo in Kenya”. Ah ecco. Mi sembrava strano.
20h57
Sono da poco tornata in albergo. Ho passato le ultime due ore ai giardini con un rastaman. All’inizio mi ispirava simpatia, ma poi quando mi ha invitata ad andare dai delfini o dalle tartarughe giganti a “local prices” (cioè prezzi che pagherebbero la gente del posto, suoi amici, non i turisti), quando in realtà sono gli stessi prezzi che ho visto in giro finora, ho capito che voleva solo quello che vogliono tutti qua da un mzungo. Soldi. E in più mi ha presa per una sprovveduta, a quanto pare. Come se in due giorni che sono a Zanzibar non sapessi già quanto costa uno spice tour. E quando mi ha detto che qui scoprirò che la gente è molto più gentile e ospitale dalla gente della Tanganyika (ancora chiama la Tanzania continentale con il suo vecchio nome, dopo 48 anni che Tanganyika e Zanzibar si sono unite di un’unica repubblica!), mi ha dato un po’ infastidito. Perché è vero che a Dar Es Salaam e Arusha non sarei uscita da sola di notte, mentre qui non mi spaventa, ma non mi può toccare la simpatia e spontaneità di tutti quelli che ho incontrato finora. Dice che non saranno un unico stato a lungo ancora, perché tutti vogliono la separazione. Tutti in Zanzibar forse. È nato musulmano, ma ora è metà rastafan o come si dice non lo so (e non so bene che tipo di religione sia; lui comunque lo fa perché così i turisti sanno che è un tipo tranquillo – e gli chiedono da fumare). Mi ha raccontato di come qui sia stata costruita la prima chiesa in tutto l’Est Africa, non mi ricordo neanche in che anno, come a testimoniare quanto sono di mentalità aperta, pur essendo per il 98% musulmani. Volevo chiedergli il suo parere sulle chiese a cui hanno dato fuoco qualche settimana fa, ma non me ne ha dato l’occasione. Mmm… fastidio. Dice che mi posso sentire a casa mia. Beh, mi sentivo più a casa a Lindi o a Kilwa. Qui, soprattutto la zona dei giardini, mi sembra tutto un lavorarsi i turisti.
Poi sono infilata in mezzo alle viette dove mi son bevuta una tazza di latte caldo insieme a un vecchietto ed è tornato il sereno.
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