Get a site

Petionville, 11h17

Sembra quasi di stare in America. Ci sono molti “blancs”, edifici più alti di un piano, supermercati su due piani, negozi di vestiti e addirittura bancomat che funzionano! Abbiamo fatto colazione alla patisserie francaise del supermercato. Una pasta e un caffè che ci son costati più che in Italia, ma ce li siamo meritati!

La pasticceria del supermercato <3

La pasticceria del supermercato <3

Qui a Petionville si gira veramente tranquilli. E’ la zona dove vivono gli expats (stranieri trasferitisi qui) e gli haitiani più agiati. E’ anche la zona dove ci sono gli hotel più decenti. Ora vediamo com’è giù in paese 🙂

Vendita al dettaglio

Vendita al dettaglio

15h30 Hotel Oloffson. Siamo qui a riprenderci dopo la lunga camminata in giro per PAP. Più che altro fa caldissimo e abbiamo i piedi pieni di polvere. L’Oloffson è un’istituzione a Port-au-Prince, un hotel antico in stile gingerbread (pan di zenzero). E’ fuori dalla nostra portata, per pernottarci, ma per una bibita e riprendere fiato ci sta. All’interno ha un murales bellissimo e una zona dove suonano i gruppi. All’esterno è tutto bianco, con dei tavolini sulla veranda e un bel giardino con piscina attorno.

L'Hotel Oloffson, un'istituzione a Port-au-Prince

L’Hotel Oloffson, un’istituzione a Port-au-Prince

Abbiamo fatto un bel giro finora. Abbiamo preso il tap-tap che ci ha portati fino alla città. Siamo stati a vedere i resti della cattedrale, dove in mezzo ai ruderi stavano facendo una cerimonia.

Rovine della Cattedrale di Notre Dame

Rovine della Cattedrale di Notre Dame

Per arrivare al Marché de Fer, l’antico mercato, meno incasinato di quello di Jacmel, ci siamo persi per una zona poco rassicurante – beh, tutta PAP appena fuori dalle strade attorno alla piazza principale è poco rassicurante. Al Marché de Fer vendevano tante scarpe e cosmetici, capelli finti e tartarughe vere, bamboline per il vudù, yoghurt lasciati a fermentare al sole, ricambi per le automobili (gomme termiche, pezzi di motore, ecc.). Oltre alla parte coperta del mercato, dentro due edifici speculari dal tetto di ferro, ci sono migliaia di banchi (o semplicemente scatole accatastate sulla strada) anche nelle strade circostanti, con dei teli a proteggere dal sole i venditori appisolati tra le proprie merci; e per arrivare alla parte coperta si passa per forza sotto a questi teli, piegati a metà perché sono ad appena un metro e mezzo da terra.

Marché de Fer, il mercato di Port-au-Prince

Marché de Fer, il mercato di Port-au-Prince

Lasciato il mercato abbiamo camminato verso sud lungo il Boulevard Jean-Jacque Dessalines, una delle arterie principali di Port-au-Prince. Lungo la strada si vedevano meccanici al lavoro, gommisti, venditori di tutti i tipi (bibite, cosmetici, tavole e sedie). Comunque abbastanza tranquillo, a parte il caldo e lo sporco. E’ un’altra cosa passeggiare in pieno giorno senza zaini attorno.

Autista/meccanico al lavoro lungo Boulevard Jean-Jacque Dessalines

Autista/meccanico al lavoro lungo Boulevard Jean-Jacque Dessalines

Siamo stati a vedere il centro degli artisti di strada con le loro opere vudù. “Perché fanno tutte paura?” Chiedo ad André Eugène, il fondatore/maestro del centro. “Ma quali ti fanno paura?” mi chiede lui, come se fossero tutte opere normali da esporre in casa, come se un ciccio bello trafitto allo stomaco o un pupazzo con dei paletti negli occhi fossero dei simpatici soprammobili. Queste creazioni dovrebbero tenere lontani gli spiriti maligni, ma a me sembra che portino gli incubi.

Vudù. Ecco che fine fanno i ciccio-bello che buttiamo via.

Vudù. Ecco che fine fanno i ciccio-bello che buttiamo via

Volevamo anche fare un giro al cimitero, ma era chiuso.

Lasciamo quest’oasi di pace e frescura, dove tre limonate ci son costate 9 euro, un’esagerazione per noi che abbiamo i soldi contati (ma ho approfittato anche di internet), per tornare nel casino e nella polvere.

16h45 Siamo nel parco principale di Port-au-Prince. Si sta bene ora: è un po’ più fresco, c’è una bella brezza che non sa di plastica (siamo a poche centinaia di metri dal mare, ma durante le ore centrali della giornata non si sente). Poco distante da noi c’è un gruppetto raccolto attorno ad un oratore, ogni tanto si esaltano ed applaudono. Dall’altra parte ci sono i bagni: se fai solo la pipì sono 5 gourde, se fai anche la cacca il costo per l’uso del gabinetto raddoppia. Ma qualcuno entra a controllare cos’è stato fatto?

Cacca o pipì?

Cacca o pipì?

23h Domani allora si riparte. Devo ammettere che anch’io sono un po’ provata da tutti questi giorni di lunghi viaggi, che non mi aspettavo di fare qui, e ho paura di quel che ci aspetta domani. 7 ore, sulla carta, per Cap Haitien. Un’orchestra in strada. Direi che è l’ora giusta per mettersi a suonare trombe e piatti e cantare in strada. Cosa staranno festeggiando? Non so e non mi posso informare, sono in camera, al terzo piano.

BRIVIDO stasera, mentre stavamo tornando verso Petionville. Erano le 6 e da un locale dove stavano ballando, parte “Un’estate italiana”; con i veri Bennato e Nannini (pensavo fosse un remake). Ho sempre amato questa canzone. Mi metto a cantarla mentre camminiamo, un po’ emozionata, rallentando il passo per gustarmela il più a lungo possibile, e mi viene incontro tra la folla un haitiano che canta pure lui ad alta voce. Pelle d’oca.

Bennato e Nannini a Port-au-Prince:

01 02 03 04 05 06 07 08