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Jambiani

Quando una si sveglia alle 6 per godersi l’alba, spera di poterlo fare non dico sola, ma perlomeno in pace. Invece a quell’ora il villaggio era già sveglio ben più di me. In spiaggia c’erano donne che raccoglievano conchiglie, un tipo che per risparmiare mentre aspetta il suo prossimo lavoro dorme sul lettino dove io di giorno prendo il sole, mentre in strada il primo dalla-dalla per Stone Town è passato suonando il clacson e un venditore di non so cosa suonava una trombetta per avvertire del suo passaggio.
“Benvenuta a casa”, mi ha detto Leonard quando ieri sera sono tornata dalla mia perlustrazione della spiaggia. Sono a Jambiani, sulla costa Sud-orientale di Zanzibar. In effetti dopo le prime ore in cui pensavo che tre giorni qua sarebbero stati super noiosi, mi son pentita di non essere arrivata prima. Comunque non mi era mai successo di visitare un Paese in cui ogni posto mi cattura e faccio fatica ad andarmene. Non saprei decidere dove vivere, se dovessi farlo. Stone Town mi piace per l’attività, i baretti, il cibo a pochi soldi e la gente, Jambiani per la tranquillità del posto e dei suoi abitanti. Il Kimte, l’albergo  dove sto, è come una grande famiglia. Sono tutti fratelli, non di sangue, felici e rilassati. Fanno colazione con una canna e continuano fino a notte inoltrata. E mi viziano: uno mi offre una spremuta, un altro una fetta di ananas dolcissima, uno un pugno di pot pourri che ha fatto lui stesso dal profumo delizioso. C’è anche un bimbo dagli occhioni svegli, Karim. Cappuccino, come dicono qui, il padre è un nero dai capelli rasta e la madre siciliana. È un po’ viziato da tutti gli zii che ha attorno. E c’è un cagnolino dalla testa gigante che quando allunghi la mano per accarezzarlo ci mette la zampetta sopra. Tenero! Stamattina mentre ero sull’amaca che aspettavo la mia colazione Testagrossa si è messo ad abbaiare contro una conchiglia. Ne avevo presa una carina per portarmela a casa, ma il granchietto che c’era dentro se l’è portata via. Peccato.
Comunque per venire qua da Kendwa ho dovuto prendere un dalla-dalla fino a Stone Town e da lì un altro, per un totale di 4 ore, per fare qualcosa tipo 50 km. A un certo punto sul dalla-dalla mi hanno messo in braccio una bimba di appena due settimane. Pensavo di doverla passare a sua mamma una volta che fosse salita sul dalla-dalla, invece vedo che nessuno fa segno di volersela riprendere. Così sono stata un’ora con questo fagottino in braccio, senza sapere se la mamma fosse effettivamente sul bus; già pensavo a come nasconderla per passare la frontiera. Ma sì, alla fine la mamma (o la sorella, non so) se l’è ripresa. Qui i bambini vanno sempre in braccio degli estranei quando sono sui bus, ma non pensavo affidassero una neonata a una mzungo! E se mi cadeva con tutti quegli scossoni?
Jambiani è un villaggio che si sviluppa per circa 5 chilometri lungo una strada che affianca l’oceano. Si può nuotare solo con l’alta marea, un paio di ore al giorno. A qualche chilometro al largo c’è una barriera naturale di scogli. Con la bassa marea ci si può arrivare a piedi, passando tra coltivazioni di alghe e di cozze. Sembra un paesaggio lunare con la bassa marea, ci son tanti piccoli crateri pieni di acqua.
Ho guardato la partita contro la Germania in spiaggia, in compagnia di una coppia di tedeschi, fatalità. Ad ogni gol di Balotelli i Tanzaniani erano ovviamente super eccitati. Perché è un loro fratello. Ma si sono divertiti molto anche quando il portiere tedesco ha cominciato a fare il “cheesi”, il pazzo, e ad andare oltre la sua metà campo. Ahah, come ridevano di gusto. Faceva un freddo cane quella sera. Avevo una felpa addosso ma mi son dovuta mettere vicino al fuoco per scaldarmi, e il fumo mi faceva lacrimare gli occhi. Possibile che a giugno, con il caldo che fa in Italia, devo venire a Zanzibar a prendere il freddo??? Comunque qua c’hanno una passione per i fuochi in spiaggia. È il loro spettacolo preferito, non avendo la tv in casa. Anche a Kendwa accendevano sempre il fuocherello alla sera, e c’erano sempre dei neri intorno, solo loro. I bianchi erano al bar ad ubriacarsi.
Ieri sera Leonard mi ha chiesto di accompagnarlo in un posto. Ho scoperto per strada che era casa sua, dove doveva prendere del miele per i cocktails. La sua casa è stranissima. Sembra un uovo con due estremità appuntite, muri bianchi e tetto di paglia. Dentro ci sono due stanzette e un bagno. Per cucinare accende un fuocherello fuori. La casa è piuttosto spoglia, come le altre che ho visto. Ci sono due letti e un mobiletto. I vestiti li tiene dentro uno zaino. Un paio di scarpe e uno di ciabatte sono fuori dalla porta, che chiude con un lucchetto. Non gli serve molto. Mi ha lasciata lì mentre andava a sistemare capre e galline e scoreggiare. Mi ha dato dei fiori di Jasmine che tiene in giardino; li usa per profumare la casa, dice. Volevo  chiedergli quando è stata l’ultima volta che se li è portati dentro, perché io ho sentito solo odore di muffa.
Ieri sera attorno al falò eravamo una decina. Un paio suonavano il bongo mentre qualcuno cantava una canzone dalle parole inventate, e gli altri ripetevano in coro. C’era Jacobo, un maasai sui vent’anni, che mi ha raccontato del suo leone Mwobu, che ha cresciuto per 16 anni con latte e basta. L’ha chiamato “mwobu” che vuol dire “ho tagliato e aperto la pancia e ti ho tirato fuori”, che è quello che ha fatto. L’ha preso dalla pancia della madre dopo averla uccisa perché gli mangiava le mucche.
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